Tensioni al congresso Fifa: Infantino fallisce la mediazione tra Israele e Palestina, poi la richiesta di una scorta da capo di Stato viene respinta
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Redazione Sport
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L'atmosfera che si respirava al Vancouver Convention Centre, durante il 76esimo Congresso della Fifa, era destinata a surriscaldarsi ben prima che si parlasse di calendario o di riforme. A finire sotto i riflettori, come spesso accade quando la politica bussa alle porte dello sport, è stato l’intervento diretto del presidente Gianni Infantino, il quale si è prestato – suo malgrado – a un tentativo di riconciliazione pubblica che si è risolto in un clamoroso autogol mediatico. Il numero uno del calcio mondiale, stringendo la mano ai delegati presenti sul palco, ha cercato per oltre due minuti di far avvicinare reciprocamente Jibril Rajou, rappresentante della Federazione Calcistica Palestinese, e Basim Sheikh Suliman, vicepresidente della Federazione Calcistica Israeliana.
L’obiettivo, evidentemente preparato a tavolino per consegnare alle agenzie di stampa una foto simbolica di pace, si è infranto contro la realtà cruda di un conflitto che non accenna a trovare tregua. Mentre Infantino gesticolava insistendo per un riavvicinamento fisico (magari una semplice stretta di mano o una fotografia insieme), Rajou ha mantenuto una posizione rigida, rifiutando ogni forma di contatto con il proprio omologo. La tensione, palpabile tra i 1.600 delegati accorsi da ogni parte del globo, è esplosa quando il rappresentante palestinese ha lasciato il palco con una frase che pesa come un macigno: "Stiamo soffrendo!". Una dichiarazione che, unita alle accuse di voler "nascondere il fascismo e il genocidio" (parole che rimbalzano dal vicepresidente della federazione palestinese Susan Shalabi), ha trasformato il palco del congresso in un teatro diplomatico fallimentare, dove la diplomazia sportiva di Infantino è uscita pesantemente sconfitta.
Infantino e la superscorta da presidente: la polizia canadese dice no
Se la gestione del dossier mediorientale ha mostrato i limiti dello “stile Infantino” sul piano umanitario, la vicenda relativa alla sua sicurezza personale rivela una certa propensione al protagonismo istituzionale destinata a far discutere. I giorni precedenti il congresso erano infatti stati infiammati da una richiesta – per alcuni versi definita "ridicola" – avanzata dall'entourage del presidente francese. Avendo stretto un forte sodalizio con la nuova amministrazione statunitense (guidata ormai da oltre un anno da Donald Trump), Infantino aveva chiesto alle autorità canadesi un dispositivo di sicurezza di altissimo profilo. Nello specifico, pretendeva una scorta di livello 4, paragonabile a quella riservata a un presidente degli Stati Uniti e a un passo da quella del Papa.
I cittadini di Vancouver e le autorità locali, però, hanno accolto la richiesta con un secco rifiuto. La polizia canadese ha ricordato al presidente della Fifa che le scorte con chiusura di incroci, semafori rossi ignorati e blocchi stradali sono appannaggio esclusivo dei capi di Stato e degli "Internationally Protected Persons", status che non può essere equiparato alla carica di vertice di una federazione sportiva. A dare ulteriore forza alla bocciatura, una nota dell'ufficio del sindaco Ken Sim: "Qualsiasi accordo di trasporto sarà appropriato, misurato e in linea con il modo in cui Vancouver ospita grandi eventi internazionali". La circostanza diventa ancora più paradossale se si considera che nemmeno l'attuale primo ministro canadese, Mark Carney, gode di un trattamento simile: permettendo al capo del calcio mondiale di viaggiare con un livello di sicurezza superiore a quello del capo del governo canadese si sarebbe creata una spaccatura diplomatica eccessiva, evitata dalla polizia locale.
Un autogol di immagine tra pace mancata e sicurezza negata
I due episodi, seppur distinti (uno legato al conflitto israelo-palestinese e l'altro alla logistica del vertice Fifa), si intrecciano nel delineare il clima del congresso di Vancouver. Da un lato, il fallito abbraccio tra Rajou e Suliman testimonia l'impossibilità di usare la ribalta del calcio per mettere una pezza a ferite geopolitiche troppo profonde; dall'altro, la bocciatura della "scorta presidenziale" ridimensiona le ambizioni di Infantino, riportandolo con i piedi in una realtà fatta di protocolli e buon senso burocratico. La Fifa, dal canto suo, ha cercato di prendere le distanze dalla richiesta della scorta, facendo sapere attraverso un portavoce che il presidente "non era a conoscenza né coinvolto in alcuna richiesta alle autorità" e che erano stati gli organizzatori locali a gestire la faccenda. Una versione, quest'ultima, che appare come un tentativo di limitare i danni di un'immagine ormai compromessa.
Resta quindi l'immagine di una macchina organizzativa perfetta (quella del calcio che conta) che inciampa nei suoi stessi eccessi. I riflettori del congresso, invece di illuminare le grandi manovre per i prossimi Mondiali, hanno messo a nudo le contraddizioni di chi siede al vertice. E mentre Rajou parlava di sofferenza, Infantino sognava sirene e blocchi stradali: un contrasto che riassume da solo lo scollamento percepito tra la politica del pallone e le tragedie reali (o anche solo le semplici regole del vivere civile) che le girano intorno. Mancano meno di due mesi all'inizio del torneo mondiale, e questi scivoloni non faranno che aumentare la pressione su una macchina che, sotto il profilo dell'immagine pubblica, ha mostrato più di una crepa.




