Infantino a Antalya: “L’Iran ci sarà”, ma Teheran aspetta le regole Fifa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’incontro è avvenuto a margine, o forse sarebbe più corretto dire nel cuore, di un’amichevole destinata a passare alla storia più per ciò che le ruotava intorno che per il risultato finale. Ad Antalya, in Turchia, il presidente della Fifa Gianni Infantino ha fatto visita alla nazionale iraniana, trovandosi faccia a faccia con i giocatori e i dirigenti in un momento di altissima tensione geopolitica, proprio mentre la squadra si preparava ad affrontare il Costa Rica. Un faccia a faccia voluto, cercato, per fugare ogni dubbio sulla partecipazione dell’Iran al prossimo Mondiale, un’edizione che per la prima volta vede gli Stati Uniti tra i paesi ospitanti insieme a Canada e Messico.

Infantino, che per l’occasione ha scelto i social network per ribadire il concetto, ha parlato di calcio come veicolo di unità e speranza anche, o forse specialmente, nelle circostanze più difficili. “La Fifa continuerà a sostenere l’Iran”, ha scritto, promettendo di “garantire le migliori condizioni possibili” in vista dell’appuntamento estivo. Una dichiarazione di intenti che suona come una garanzia, quasi un salvacondotto, per una squadra il cui destino nelle ultime settimane era stato messo in discussione da dichiarazioni pubbliche contrastanti e, non ultimo, da un contesto bellico che ha visto il paese coinvolto in uno scontro diretto proprio con gli Stati Uniti, uno dei paesi organizzatori.

Proprio a questo proposito, il numero uno del calcio mondiale è stato categorico, utilizzando un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni: “L’Iran sarà ai Mondiali. Le partite si giocheranno dove devono essere giocate, secondo il sorteggio”. Una frase secca, pronunciata a sorpresa durante l’intervallo della partita, che ha messo fine – almeno nelle intenzioni della Fifa – alle voci di un possibile trasferimento delle gare in Messico. Una soluzione che era stata vagliata dalla federazione iraniana dopo le parole del presidente americano Trump, il quale, pur dichiarando i giocatori “benvenuti”, aveva lasciato intendere che forse, per la loro stessa incolumità, fosse meglio che non venissero.

Dal canto loro, i vertici del calcio persiano hanno adottato una linea prudente, quasi attendista. Il vicepresidente della federcalcio Mehdi Mohammad Nabi, presente in Turchia, ha voluto ribadire un principio che per la federazione rappresenta il fondamento di ogni rapporto istituzionale: “Per noi ciò che conta sono le regole e i regolamenti della Fifa. Ci atterremo a qualsiasi decisione della Fifa”. Una posizione che Nabi ha ulteriormente chiarito ricordando che “ogni paese ospitante ha preso degli impegni con la Fifa e deve rispettarli”, un riferimento implicito agli Stati Uniti, chiamati a garantire le condizioni di sicurezza previste dagli accordi.

Un gesto silenzioso prima del fischio d’inizio

Ma mentre i vertici delle istituizioni dialogavano in tribuna o sui social, sul rettangolo verde accadeva qualcosa di altrettanto significativo, seppur espresso in un linguaggio diverso. Pochi minuti prima del calcio d’inizio dell’amichevole con il Costa Rica, mentre risuonava l’inno nazionale, i calciatori iraniani hanno compiuto un gesto che ha catturato l’attenzione di tutti. Insieme allo staff tecnico e ai dirigenti, hanno mostrato al pubblico – sebbene la partita si giocasse a porte chiuse – delle fotografie di bambini.

Un atto silenzioso, carico di pathos, che nelle intenzioni della squadra rappresentava un omaggio ai giovanissimi rimasti vittime dei raid aerei che hanno colpito il paese a partire dalla fine di febbraio, in quello che è stato l’epicentro di una crisi che ha rapidamente travalicato i confini mediorientali. Un gesto che arriva pochi giorni dopo un’altra iniziativa simile, quando la squadra aveva indossato zainetti in campo per onorare le vittime di un attacco missilistico contro una scuola elementare nel sud del paese, un attacco che ha causato oltre un centinaio di vittime, per lo più bambini, e per il quale né WashingtonTel Aviv hanno rivendicato ufficialmente la responsabilità.

La partita, poi, ha regalato una goleada per 5-0 ai padroni di casa, ma il risultato è passato quasi in secondo piano. A prevalere è stata l’idea, ribadita con forza da Infantino, che la nazionale iraniana sarà regolarmente al via della competizione. Un messaggio chiaro che sembra voler ignorare le tensioni diplomatiche e le pressioni internazionali, facendo leva sulla forza di un evento globale che, nelle ambizioni della Fifa, deve rimanere al di sopra delle fratture geopolitiche. I giocatori iraniani, dal canto loro, hanno dimostrato con il gesto di prima della partita di non essere affatto estranei a quanto accade fuori dal campo, portando dentro lo stadio una memoria che il calcio, per sua stessa natura fatta di spettacolo e competizione, fatica a contenere.

Tra regole da rispettare e scenari di guerra

La posizione della federazione iraniana, filtrata dalle parole di Mohammad Nabi, appare quindi come un prudente allineamento alle direttive della Fifa, quasi a voler scaricare su Zurigo l’onere di una scelta che, in un contesto di guerra dichiarata, appare sempre più complessa. La certezza di Infantino sullo svolgimento delle partite nelle sedi previste – due a Los Angeles e una a Seattle – si scontra con la realtà di un conflitto che ha visto l’Iran colpire anche obiettivi in paesi che parteciperanno alla Coppa del Mondo. Una situazione di reciproca ostilità che rende l’intero scenario logistico e di sicurezza un’incognita di non poco conto.

Non solo la scelta delle sedi, ma anche la semplice possibilità per la delegazione iraniana di ottenere i visti e di muoversi all’interno di un territorio statunitense che li considera formalmente nemici. Le stesse parole di Trump, che pure non ha chiuso ufficialmente le porte, hanno gettato un’ombra di ambiguità sulla reale volontà di accoglienza da parte del paese co-ospitante. Eppure, Infantino insiste: non esiste un piano B, né C, né D. Esiste solo il piano A, quello delineato dal sorteggio di dicembre.

L’Iran, che ha dominato le qualificazioni asiatiche e che è considerato una delle potenze emergenti del continente, si trova così al centro di un paradosso. Da un lato c’è il riconoscimento della propria forza tecnica – Infantino stesso l’ha definita una “squadra fortissima” – dall’altro c’è la difficoltà oggettiva di immaginare una competizione regolare in un paese con cui si è in guerra aperta. La Fifa, con la visita del suo presidente e le dichiarazioni pubbliche, sta tentando di normalizzare una situazione che normale non è, utilizzando il soft power del calcio per provare a tenere insieme ciò che la politica ha drammaticamente diviso.

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