La lezione di Giovanna Botteri: “Abbiamo dato la pace per scontata” e il mondo che brucia tra droni e piogge acide
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Redazione Esteri
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C’è un filo sottile, ma resistente, che lega le parole di una inviata di guerra che ha attraversato decenni di storia a colpi di taccuino e microfoni, e le immagini satellitari che arrivano dal Golfo Persico in queste ore. Giovanna Botteri, quella che ha sempre cercato di essere “gli occhi e le orecchie” di chi la segue, mette in guardia da un errore madornale che la nostra generazione, forse la prima nella lunga teoria del dopoguerra, ha commesso: dare l’equilibrio mondiale per un’acquisizione eterna. “Abbiamo dato la pace per scontata”, dice lei che in Afghanistan, come raccontò tempo fa al Corriere della Sera, evitò la morte per un soffio, grazie a una telefonata di sua figlia che la convinse a non salire su quel convoglio dove poi fu uccisa Maria Grazia Cutuli. E mentre la Botteri parla ai ragazzi, portando la sua testimonianza fatta di conflitti balcanici, di intifade e di invasioni, il presente le dà tragicamente ragione: il meccanismo della tensione globale si è inceppato di nuovo, e lo fa con la violenza di una reazione a catena che dagli altopiani iraniani arriva fino alle isole del Bahrein.
Se da un lato la riflessione della giornalista tocca il tema di un’Europa che dovrebbe costruire ponti e invece finisce spesso per schierarsi senza una visione unitaria -1, dall’altro l’attualità descrive uno scenario in cui gli stessi alleati storici, come Stati Uniti e Israele, iniziano a mostrare crepe nell’allineamento. Lo stillicidio di raid che ha colpito le infrastrutture energetiche dell’Iran, e in particolare quei trenta depositi di carburante presi di mira dall’aviazione israeliana, ha fatto scattare un campanello d’allarme a Washington. La nuova amministrazione, con Donald Trump tornato alla Casa Bianca, valuta gli attacchi con un pragmatismo che guarda piú al portafoglio degli automobilisti americani che alla tattica militare. Il timore, scrive Axios citando fonti diplomatiche, è che colpire le riserve civili di carburante rischi di saldare la popolazione iraniana attorno al regime degli ayatollah, trasformando un’operazione chirurgica in un boomerang politico.
Il conto economico della guerra e l’ira di Trump
A turbare i sonni dello studio ovale, però, non è solo la geopolitica, ma anche e soprattutto l’economia. Il prezzo del petrolio che schizza oltre i cento dollari al barile è un’emicrania non da poco per un presidente che ha fatto della promessa di carburante a buon mercato uno dei cavalli di battaglia della sua rielezione. Il consigliere di Trump, interpellato da Axios, è stato piuttosto diretto nel commentare l’operato di Israele: “Al presidente non piace l’attacco, non vuole che il petrolio bruci”. Una frase che fotografa perfettamente il disagio di un’amministrazione colta di sorpresa dalla portata dei raid, giudicati eccessivi e potenzialmente controproducenti. La partita, insomma, si gioca su piú tavoli: da una parte la necessità di contenere l’influenza iraniana, dall’altra la paura che l’escalation faccia volare i prezzi alle stelle, con un effetto domino sulle economie occidentali già fragili.
E mentre i leader discutono, sulla popolazione civile di Teheran si abbatte una conseguenza inedita e subdola del conflitto. La Mezzaluna Rossa iraniana ha lanciato l’allarme per la qualità dell’aria: le colonne di fumo nero che si levano dai depositi di carburante in fiamme hanno saturato l’atmosfera di ossidi di zolfo e di azoto. Il pericolo, con le prime precipitazioni, è quello delle piogge acide. Un fenomeno che costringe i cittadini a restare chiusi in casa, a sigillare le finestre, a guardare il cielo che si tinge di scuro aspettandosi una pioggia che, quando arriva, lascia sulle superfici una patina nerastra e tossica. Non solo missili e droni, dunque, ma anche un nemico invisibile che si insinua nei polmoni e che trasforma l’acqua, simbolo di vita, in un veicolo di sostanze nocive.
Il Bahrein nel mirino e la risposta dei Pasdaran
La risposta iraniana, del resto, non si è fatta attendere e ha varcato i confini nazionali. Nelle prime ore di lunedí, un drone ha preso di mira la regione di Sitra, in Bahrein, ferendo 32 civili, tra cui alcuni bambini e un neonato di appena due mesi che ha dovuto subire un intervento chirurgico. Un attacco che ha colpito nel cuore le infrastrutture civili, danneggiando anche la raffineria della Bapco, costretta a dichiarare lo stato di forza maggiore per le sue operazioni. I Pasdaran, dal canto loro, hanno avvertito che se le infrastrutture energetiche iraniane continueranno a essere bersaglio, loro risponderanno colpendo gli impianti petroliferi di tutta la regione, in una spirale che rischia di far lievitare il prezzo del greggio a duecento dollari al barile.
La cronaca di queste ore restituisce l’immagine di un Medio Oriente in fiamme, dove ogni attacco apre una ferita che si allarga a macchia d’olio. E in questo scenario, tornano alla mente le parole di Giovanna Botteri quando, intervistata, ricordava che l’Europa dovrebbe avere la vocazione di trovare intese tra chi combatte, e non quella di schierarsi acriticamente. Una riflessione che arriva da chi ha visto cadere le torri gemelle, da chi era a Baghdad sotto le bombe e da chi, come pochi, ha il diritto di dire che la pace non è una conquista definitiva, ma un equilibrio instabile che va difeso giorno per giorno. Mentre a Teheran la gente spazza via dai balconi i residui oleosi della pioggia nera, la domanda che sorge spontanea è se qualcuno, nei palazzi del potere, sia ancora in grado di ascoltare queste voci.




