Garlasco, la giustizia mediatica e il cinismo senza fine
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Redazione Interno
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Non c’è limite al cinismo quando un caso di cronaca nera, ormai sepolto negli archivi giudiziari, viene riesumato e trasformato in uno spettacolo. La vicenda di Chiara Poggi, la giovane uccisa nel 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, è tornata a occupare le prime pagine non per nuovi elementi processuali decisivi, ma per un’impronta riemersa dopo anni, che ha scatenato un nuovo ciclone mediatico. Alberto Stasi, il fidanzato condannato in tre gradi di giudizio, è stato per quindici anni il volto del presunto colpevole, mentre oggi, con la stessa sicurezza, si indica un altro nome: Andrea Sempio.
La giustizia umana, come scriveva Calamandrei, è per sua natura fallibile, ma è la giustizia mediatica a mostrare il volto più grottesco di questa fallibilità. I giornali, che un tempo dipingevano Stasi come sicuro assassino – con l’eccezione di qualche voce fuori dal coro – oggi ribaltano la narrazione senza esitazione, attribuendo a Sempio, grazie a un singolo elemento, il ruolo del killer. Quello che colpisce non è solo il cambiamento di prospettiva, ma la sicurezza con cui viene servito al pubblico, come se la verità giudiziaria fosse un piatto pronto da consumare in fretta.
Il paradosso di Garlasco sta proprio qui: nella capacità dei media di trasformare un processo in un’arena di certezze assolute, dove l’imputato di ieri diventa la vittima di oggi, e un nuovo nome viene issato sul patibolo dell’opinione pubblica. Senza se e senza ma. La stessa stampa che anni fa riempiva le pagine di dettagli macabri e supposizioni, oggi ripropone lo stesso copione, sostituendo solo i protagonisti.




