L’Alta corte di Londra boccia la messa al bando di Palestine Action: “Illegale e sproporzionata”
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Redazione Esteri
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La decisione, assunta in un primo momento dal governo britannico con la proscrizione del movimento di attivisti Palestine Action, finita nella lista delle organizzazioni terroristiche lo scorso lugio, è stata dichiarata illegale dall’Alta Corte di Londra. I giudici, presieduti da Victoria Sharp e coadiuvati dai colleghi Jonathan Swift e Karen Steyn, hanno stabilito che il provvedimento, voluto dall’esecutivo guidato da Keir Starmer e in particolare dall’allora ministra dell’Interno Yvette Cooper, rappresenta un’interferenza sproporzionata e una limitazione grave della libertà di espressione e di riunione, diritti fondamentali in una democrazia. La sentenza, accogliendo di fatto il ricorso presentato dalla cofondatrice del gruppo Huda Ammori, sconfessa la linea dura adottata dal governo, che aveva equiparato le azioni di protesta del collettivo – le quali, sebbene talvolta sfociate in danneggiamenti contro aziende produttrici di armi legate a Israele come la Elbit Systems, non hanno mai preso di mira individui – a veri e propri atti terroristici, accomunando Palestine Action a organizzazioni come al Qaeda o lo Stato Islamico. Il verdetto, arrivato dopo che sei persone erano state assolte dall’accusa di furto con scasso aggravato per un’azione del 2024 proprio contro lo stabilimento Elbit, rappresenta una battuta d’arresto non solo politica, ma anche giuridica per l’esecutivo laburista -1-3-6.
I giudici: “Attività non tali da giustificare il bando”
Nel merito della questione, i magistrati dell’Alta Corte hanno motivato la propria decisione sottolineando come le attività condotte da Palestine Action, pur configurandosi talvolta come reati comuni – si pensi agli atti di vandalismo o alle intrusioni in proprietà altrui – non raggiungessero quella soglia, estremamente elevata, prevista dalla legge per poter definire un’organizzazione come terroristica. La corte ha riconosciuto che il gruppo promuove la sua causa politica attraverso l’illegalità e l’incoraggiamento della stessa, ma ha precisato che solo un numero molto esiguo delle sue azioni potrebbe essere inquadrato nella definizione di terrorismo sancita dal Terrorism Act del 2000. L’impianto accusatorio del governo, incentrato sull’escalation delle proteste culminate nell’irruzione del giugno 2025 alla base della Royal Air Force di Brize Norton – azione nel corso della quale vennero danneggiati due aerei – non ha retto al vaglio dei giudici, i quali hanno invece evidenziato come lo Stato disponga già di strumenti legali ordinari, al di fuori della legislazione antiterrorismo, per perseguire eventuali condotte illecite. Il bando, hanno concluso i giudici, non teneva conto dell’effetto che avrebbe avuto sul diritto di protesta, spingendo i manifestanti all’autocensura -1-3-10.
Il governo annuncia ricorso e il bando resta (per ora)
Nonostante la netta sconfitta giudiziaria, l’esecutivo non ha intenzione di fare marcia indietro. L’attuale ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, succeduta a Cooper, ha immediatamente annunciato l’intenzione di presentare ricorso contro la sentenza, esprimendo profonda delusione per un verdetto che, a suo dire, non riconosce la pericolosità del gruppo. In una nota ufficiale, Mahmood ha difeso la decisione originaria, definendola il risultato di un processo “rigoroso e basato su prove concrete”, oltre che approvato dal Parlamento. La titolare del Viminale ha ribadito che, a suo avviso, la proscrizione non ha mai impedito forme di protesta pacifica a sostegno della causa palestinese, un punto sul quale, paradossalmente, la stessa corte ha concordato, pur giudicando la misura sproporzionata. In attesa che la giustizia si esprima nuovamente, e per dare tempo al governo di formalizzare l’appello, i giudici hanno disposto il mantenimento provvisorio del bando. La misura restrittiva, quindi, rimane tecnicamente in vigore almeno fino alla prossima udienza, fissata per il 20 febbraio, quando si deciderà se sospenderla in attesa del giudizio di secondo grado o mantenerla ancora -1-5-6.
Oltre duemila arresti e un destino incerto
La sentenza dell’Alta Corte getta ora un’ombra lunga sulla situazione di migliaia di persone. Dall’entrata in vigore della messa al bando, avvenuta lo scorso lugio, più di duemila attivisti e sostenitori sono finiti in manette, tra questi, come riferiscono fonti vicine ai movimenti, sacerdoti, ex magistrati e medici in pensione, fermati per aver semplicemente mostrato striscioni o cartelli con scritte come “Sostengo Palestine Action”. Il solo fatto di esprimere solidarietà al gruppo, in virtù della legge antiterrorismo, era divenuto un reato grave, passibile di pene fino a quattordici anni di reclusione. Ora, con la dichiarazione di illegittimità del provvedimento, il destino di questi procedimenti penali è appeso a un filo e dipenderà dagli sviluppi del ricorso governativo. La polizia metropolitana di Londra, preso atto della decisione dei giudici, ha fatto sapere che, in via cautelare, non procederà con nuovi arresti per il solo supporto al gruppo, limitandosi a raccogliere prove in attesa del chiarimento definitivo sulla vicenda. Una posizione, questa, che lascia intravedere la complessità di una situazione in cui l’esecutivo e la magistratura appaiono in netto contrasto su ciò che costituisce una legittima forma di dissenso e ciò che invece deve essere considerato una minaccia per la sicurezza nazionale -2-6-9.




