Il Medio Oriente brucia da un mese, e il silenzio di Trump pesa come un macigno sulla guerra israelo-americana in Iran
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Redazione Esteri
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Era il 28 febbraio quando la coalizione israelo-americana ha dato il via ai bombardamenti sull’Iran, un’operazione militare congiunta che, nelle intenzioni, doveva forse rappresentare un’azione chirurgica ma che, a distanza di un mese esatto, si è rivelata l’innesco di una crisi ben più profonda e strutturale. Quei 25 miliardi di dollari spesi – e il tributo di 13 soldati caduti – sono il costo, finora, di un’offensiva che ha lasciato irrisolta la domanda iniziale che molti analisti e osservatori si sono posti fin dalla prima mattina di quell’attacco: il perché, cioè l’obiettivo strategico preciso, resta avvolto nell’ombra, nonostante il fronte si sia ormai esteso ben oltre i confini iraniani.
A distanza di quattro settimane, la situazione non solo non si è risolta, ma si è articolata su più livelli di conflitto, generando un’instabilità che dal Golfo Persico si riverbera fino al Mediterraneo. Il confronto, ormai, non è più solo una questione di attacchi mirati: Iran e Israele hanno trasformato la loro storica rivalità regionale in una guerra economica di portata mondiale. In gioco c’è il ridisegno dell’architettura regionale, un obiettivo che viene perseguito facendo leva sulla crescente insicurezza energetica globale, una vulnerabilità che Gerusalemme e Teheran hanno consapevolmente generato e che, quotidianamente, continuano ad alimentare. I due schieramenti giocano naturalmente di sponda, in una partita dove gli obiettivi tattici – seppur perseguiti per vie diverse – risultano perfettamente sovrapponibili.
I fronti aperti: dal Libano al Golfo, una guerra parallela che non accenna a spegnersi
Il Medio Oriente brucia su un arco che va da Israele fino agli Emirati, eppure l’analisi del terreno rivela una frammentazione dei fronti tanto profonda quanto inquietante. Da un lato, il Libano rappresenta uno degli scacchieri più delicati, un fronte parallelo dove il conflitto rischia di assumere contorni autonomi rispetto al teatro iraniano; dall’altro, gli Stati del Golfo si trovano a navigare in acque tempestose, schiacciati tra la necessità di garantire la sicurezza energetica e le pressioni di una guerra che coinvolge direttamente le due potenze garanti della stabilità regionale. La professoressa Simona Epasto, docente di geopolitica all’Università di Macerata, ha recentemente osservato come negli ultimi giorni si sia fatta strada l’ipotesi di una possibile tregua; un’eventualità che, a suo avviso, potrebbe celare più una tacita de-escalation che una vera e propria intesa formale tra le parti, in un contesto dove il conflitto non è mai realmente cessato dalle prime esplosioni del 28 febbraio.
A complicare ulteriormente il quadro – un quadro già segnato dall’attacco israelo-americano – si aggiungono le tensioni che coinvolgono direttamente l’Anatolia. La Turchia, infatti, osserva con attenzione crescente l’evolversi del conflitto, pronta a giocare le sue carte in una regione che considera un’area di influenza storica. Le sue dinamiche con l’Iran, da sempre complesse e contraddistinte da un’alternanza di cooperazione e competizione, si inseriscono ora in un contesto bellico che potrebbe riaccendere rivalità sopite. Non meno rilevante è lo scenario europeo orientale, dove la guerra tra Russia e Ucraina continua a drenare risorse e attenzione internazionale, dimostrando come i conflitti si moltiplichino senza soluzione di continuità, dall’Europa al Medio Oriente, passando per il Corno d’Africa dove il Ciad e il Sudan alimentano un altro focolaio di instabilità.
Sei mesi dopo l’attacco, la rivolta interna che scuote le fondamenta della Repubblica islamica
Se il fronte esterno appare incandescente, le fondamenta stesse del regime di Teheran tremano sotto i colpi di una crisi interna senza precedenti. A sei mesi di distanza dall’inizio dell’offensiva straniera, tra la fine del dicembre 2025 e il gennaio 2026, l’Iran è stato teatro di una delle più grandi rivolte della sua storia. Migliaia di persone sono scese in piazza in moltissime città del Paese, un movimento spontaneo e capillare che ha contestato apertamente il regime, sfidando un apparato di sicurezza storicamente in grado di soffocare ogni dissenso. La risposta delle autorità non si è fatta attendere ed è stata di una durezza spietata: la repressione, ordinata direttamente dalla Guida Suprema Ali Khamenei, ha trovato piena attuazione grazie all’appoggio convinto degli alti funzionari statali e per mano principalmente del delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Migliaia di manifestanti hanno perso la vita in quelle settimane di protesta, un bilancio che getta un’ombra lunga sul futuro stesso della Repubblica islamica e sulla sua tenuta sociale, mentre il Paese è già impegnato su un fronte di guerra esterno che ne sta prosciugando le risorse.
In questo scenario di crisi multiforme – economica, politica e sociale – si inseriscono le scadenze elettorali internazionali che potrebbero influenzare gli equilibri di potere. Mentre gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, mantengono un profilo apparentemente defilato sul fronte militare diretto, in Europa si registrano movimenti politici significativi, come le elezioni in Danimarca, che testimoniano la volatilità del quadro politico occidentale in un momento in cui la posta in gioco globale è più alta che mai.




