Guerra israelo-americana contro l’Iran, il sistema Majid che abbatte i caccia e l’Europa senza bussola
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Redazione Esteri
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La sera del primo aprile, dal podio della Casa Bianca, il presidente Trump – tornato alla guida degli Stati Uniti con una retorica che non ammette mezze misure – dichiarava in diretta nazionale che le difese aeree iraniane erano state completamente annientate. I radar della Repubblica Islamica, secondo le sue parole, risultavano distrutti al cento per cento. Una dichiarazione, quella, che sembrava chiudere ogni margine di resistenza tecnologica e strategica da parte di Teheran, quasi che il cielo sull’altopiano iranico fosse ormai un dominio esclusivo della coalizione israelo-americana. E invece, quarantotto ore dopo, un F-15E Strike Eagle del 494th Expeditionary Fighter Squadron – unità d’élite del 48th Fighter Wing di stanza a RAF Lakenheath – precipitava nel cuore dell’Iran centro-meridionale, nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad. L’abbattimento, rivendicato da Teheran attraverso i suoi canali ufficiali, è stato attribuito a quello che i comandanti locali hanno definito un «nuovo schema di difesa avanzata», un sistema il cui nome, trapelato da fonti informali, sembra essere “Majid”. Di certo, la preda più grossa per l’Iran non è solo l’aereo abbattuto: è l’Europa intera, colta impreparata e divisa.
L’Italia e la sua leadership modesta, tra malinconie e paure
Siamo in guerra, ma forse non abbiamo ben capito con chi e perché. L’Italia è in guerra anche con se stessa, e lo è perché guidata da una leadership modesta, impantanata tra le malinconie del futbol – quelle di un governo che sembra più attento ai gossip dei ministri che alla dottrina militare – e della vita pubblica. Con scarsi margini di manovra, questa classe dirigente crede ancora nell’«amico» Trump, lo stesso che dal podio della Casa Bianca annunciava vittorie poi smentite dai fatti. Ha paura di tutto, persino della propria ombra, e bisogna rassicurarla: qui di Andreotti, Craxi e Moro non ce ne sono più da un pezzo. La conseguenza è una politica estera che procede a scatti, reattiva più che proattiva, incapace di leggere il riposizionamento in corso nel Mediterraneo allargato.
Medio Oriente, si allarga il fronte della guerra
Dal racconto di Stefano Leszczynski – Città del Vaticano – emerge un quadro in cui la guerra in Medio Oriente entra ormai nella sua sesta settimana dall’inizio dell’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran. Non si tratta più di una campagna aerea limitata, ma di un’escalation militare e diplomatica che coinvolge attori regionali e internazionali in una rete di rappresaglie sempre più fitta. Nelle ultime ore si registrano nuovi attacchi: nel nord e nel sud di Israele, una serie di raid rivendicati da Hezbollah hanno colpito caserme militari e un’area industriale, quest’ultima andata a fuoco con danni ancora in fase di quantificazione. Il fronte, insomma, si allarga, e con esso il rischio che il conflitto diventi multilaterale senza che nessuna delle capitali europee abbia ancora elaborato una strategia coerente.
Nuovi equilibri geopolitici, il sistema Majid come spartiacque
In un momento di estrema delicatezza regionale, il Medio Oriente si ritrova ancora una volta al centro di una tempesta geopolitica segnata da un’escalation senza precedenti della presenza militare statunitense e da un’intensificazione della retorica israeliana sul confronto con l’Iran e i suoi alleati – Hezbollah in Libano in primis. Questa dinamica non rappresenta una semplice dimostrazione di forza temporanea, ma indica un riposizionamento strategico destinato a ridisegnare gli equilibri della deterrenza, delle alleanze e degli allineamenti in una delle aree più fragili e complesse del mondo. L’abbattimento dell’F-15E, reso possibile dal sistema Majid, ha dimostrato che le capacità iraniane di difesa non solo non erano state annientate, ma avevano anzi preparato una risposta asimmetrica capace di colpire nel profondo il simbolo stesso della potenza aerea americana. Ne consegue un quadro in cui nessuna dichiarazione trionfalistica può più essere data per scontata, e in cui i radar iraniani – contrariamente a quanto assicurato dalla Casa Bianca – continuano a tracciare bersagli, a selezionare minacce e a guidare intercettazioni che nessuno, fino a poche settimane fa, avrebbe ritenuto possibili.




