L'Iran apre ai colloqui con gli Stati Uniti, mentre i contatti informali procedono
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Redazione Esteri
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Nel contesto di una tensione internazionale che, nonostante le reiterate minacce verbali, non ha ancora valicato il confine di un conflitto aperto, si registra un’apertura ufficiale da parte di Teheran al dialogo con Washington. L’iniziativa arriva in una giornata significativa, coincisa con l’arrivo in Israele dell’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, il quale ha incontrato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere proprio della questione iraniana. Il regime degli ayatollah, dopo aver subìto per settimane la pressione di una retorica bellicista proveniente dalla Casa Bianca – spesso allineata con le posizioni espresse da Tel Aviv – ha dunque fatto intravedere uno spiraglio per una possibile mediazione.
Il New York Times svela i contatti informali via sms
A rivelare la natura dei primi, cauti approcci è stato il New York Times, citando fonti sia iraniane che statunitensi, secondo le quali esisterebbe già un canale di comunicazione informale. Questo canale utilizza messaggi di testo tra l’inviato americano Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Una dinamica singolare, che procede parallelamente alle dichiarazioni pubbliche del presidente Trump, le quali continuano ad agitare venti di guerra contro la Repubblica Islamica. Lo scambio di sms, per quanto apparentemente rudimentale, prepara il terreno per un faccia a faccia più strutturato, fissato per venerdì a Istanbul, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’attrito tra le due nazioni.
La posizione iraniana: disponibilità condizionata sul nucleare
Il fulcro di ogni potenziale trattativa, come prevedibile, ruota attorno al controverso programma nucleare iraniano. Fonti giornalistiche indicano che Teheran si dichiara pronta a prendere in considerazione una sospensione delle sue attività in questo settore, condizione posta da tempo da Trump come premessa indispensabile per qualsiasi trattativa. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha pubblicamente confermato, attraverso un messaggio sul social network X, di aver dato istruzioni al suo ministro Araghchi per avviare negoziati diretti, rivendicando la paternità politica di questa mossa. Una disponibilità che, tuttavia, non si presenta come una capitolazione unilaterale, ma piuttosto come l’inizio di un braccio di ferro diplomatico dai contorni ancora molto indefiniti.
La cornice di pressione e le reazioni regionali
L’apertura al dialogo non si svolge in un vuoto politico, bensì all’interno di una cornice di continua pressione strategica. L’offerta del Cremlino di farsi custode dell’uranio iraniano, avanzata probabilmente per smarcare un potenziale *casus belli*, è stata respinta con un secco rifiuto da Teheran. Nel contempo, dalla Guida suprema Ali Khamenei sono giunte parole di provocazione verso Israele, definite con l’espressione “Sionisti sconfitti”, che alimentano il clima di sfida regionale. La posizione statunitense, descritta da alcuni osservatori come una trattativa con “la pistola poggiata sul tavolo”, evidenzia come la via del negoziato sia percorsa mantenendo intatte tutte le opzioni, compresa quella militare. La partita, dunque, si gioca su un doppio binario, dove i messaggi testuali tra diplomatici e le dichiarazioni roboanti dai pulpiti politici procedono di pari passo, delineando uno scenario complesso il cui esito rimane del tutto aperto.




