Gianni Morandi, quel ragazzo che torna a cantare la pace dopo 60 anni: “Sul palco anche a novant’anni”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sessant’anni e non sentirli. E non è un modo di dire, trattandosi di una canzone – “C’era un ragazzo” – che lui stesso, Gianni Morandi, ha iniziato a intonare quando di primavere ne aveva diciassette, e che ancora oggi, a ottantuno, conserva una bruciante attualità. L’ha confessato quasi sottovoce, piegandosi verso il microfono durante l’ultimo concerto bolognese all’Unipol Arena (tutto esaurito, com’è prevedibile quando sale sul palco un’icona dell’allegria nostrana), che quella melodia l’avrebbe riproposta anche “col bastone a novant’anni, se ci arrivo”. Un’ammissione che è insieme una promessa e una sfida lanciata al tempo, a quel nemico silenzioso che lui sembra aver messo in naftalina.
E proprio Bologna, la città che lo ha adottato senza mai strapparlo del tutto a Monghidoro, gli ha offerto la cornice per il primo dei suoi appuntamenti più importanti di questo tour. L’artista, in forma smagliante, ha descritto lo spettacolo come “allegro, colorato”, un percorso lungo tutto l’arco della sua carriera, sorretto da una band di tredici elementi diretta dal maestro Luca Colombo e da un apparato visual pensato per amplificare – non certo sostituire – la sua voce inconfondibile. Nessuna nostalgia, bensì una consapevolezza: quando ha attaccato “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, quella storia lì, antimilitarista eppure dolcissima, ha riempito ancora una volta le placche dei polmoni di chi ascoltava.
Un latte che non scade mai, la guerra che non finisce
“Una canzone non ferma la guerra”, ha detto a chi gli chiedeva dell’attualità di quel testo (il Vietnam, allora; altri conflitti, adesso), “ma ci facciamo coraggio”. E in questa frase incidentale, quasi un sospiro, c’è tutta la cifra di un interprete che non ha mai confuso l’intrattenimento con l’impegno, senza però rinunciare al primo. Il “latte” che sessantaquattro anni fa andava a prendere per i genitori è diventato metafora di un’innocenza possibile, non ingenua, che Morandi continua a servire caldo al suo pubblico. Nessuna retorica, però: l’81enne ha ricordato che quella canzone l’aveva incisa quando di anni ne aveva diciassette, e che ancora oggi se la sente addosso come un abito cucito su misura.
Bologna, Dalla e quel filo che non si spezza
Nel concerto non è mancato il pensiero per Lucio Dalla, un altro figlio di queste terre. E Morandi lo ha evocato con parole che pesano come macigni leggeri: “Lucio era gioco, sana rivalità. È stato forza Bologna, è stato Bologna. Un pezzo di vita. È stato Vita”. Senza enfasi, con la V maiuscola che è scivolata naturale tra una nota e l’altra. Il rapporto tra i due – noto anche ai non addetti ai lavori – non era fatto solo di duetti e abbracci in diretta tv, ma di quella sana competizione che tiene in allenamento gli artisti veri. E mentre l’arena applaudiva, il cantante di Monghidoro dimostrava ancora una volta che non c’è bisogno di urlare per essere profondi.
Il palco come casa, il pubblico come specchio
“Spero che il pubblico possa cantare e divertirsi insieme a me”, aveva auspicato alla vigilia. E così è stato. Nel suo tour più importante (per durata, per allestimento, per posta in gioco affettiva), Morandi non cerca la coreografia perfetta né la nota tenuta oltre il limite. Cerca, piuttosto, quel contatto fisico – quasi tattile – che solo chi ha davvero girato il mondo senza mai andarsene da casa sa stabilire. Enzo Biagi, un altro dei nostri, avrebbe capito al volo. Perché c’era un ragazzo, sì, ma quel ragazzo adesso ha ottantun’anni e la stessa voglia di salire sul palco di quando correva a prendere il latte. Il PalaTerni (dove è atteso martedì 28) lo può confermare.
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