Il ronzio dei droni Shahed e la nuova equazione della guerra per l’America di Trump
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Redazione Esteri
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C’è un suono, in questi giorni, che sta cambiando le sorti del conflitto tra Iran e Stati Uniti, ed è un rumore che chi ha seguito la guerra in Ucraina conosce fin troppo bene: il ronzio monotono e insistente di un motorino a due tempi. È il marchio di fabbrica dei droni Shahed, i velivoli senza pilota che la Repubblica Islamica sta lanciando a centinaia contro le basi americane e gli alleati del Golfo. Ma se si ascolta con attenzione, ciò che quel ronzio racconta non è tanto una storia di sofisticata ingegneria aerospaziale, quanto piuttosto una cruda lezione di economia bellica. La strategia di Teheran, del resto, si regge su un presupposto matematico inconfutabile: mandare in cielo un drone Shahed-136, con la sua caratteristica ala a delta e una testata da una quarantina di chili, costa tra i 20mila e i 50mila dollari. Abbatterlo con un missile intercettore PAC-3 del sistema Patriot, invece, ne costa circa quattro milioni. È questo squilibrio, e non la superiorità tecnologica, il vero moltiplicatore di forze dell’arsenale iraniano.
La dottrina dell’asimmetria applicata ai cieli del Medio Oriente
L’idea, per l’Iran, non è tanto quella di piazzare un colpo preciso e ineludibile, quanto quella di saturare le difese avversarie con un numero di bersagli talmente elevato da rendere materialmente impossibile intercettarli tutti, o da prosciugare i magazzini dei missili difensivi. È una logica che il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto statunitense, ha dovuto ammettere pubblicamente quando ha certificato il calo dei lanci balistici iraniani: dopo i primi giorni di combattimenti, Teheran ha ridotto dell’86% il lancio di missili, ma ha continuato a insistere con i droni, le cui partenze, pur in calo, restano numericamente impressionanti. Il Pentagono, dal canto suo, assicura che le scorte sono “virtualmente illimitate” – parola del presidente Donald Trump – ma il problema, per gli strateghi americani, non è solo la quantità assoluta, ma il ritmo di consumo. Se ogni Shahed abbattuto richiede il sacrificio di un ordigno dal costo cento volte superiore, la guerra diventa rapidamente insostenibile per il paese più ricco e tecnologicamente avanzato del mondo. Non a caso, gli Stati Uniti hanno già iniziato a schierare il LUCAS, una copia low-cost proprio degli Shahed iraniani, segnando una implicita ammissione di come il futuro del conflitto si giochi su questa nuova frontiera dei costi.
Dallo Stretto di Hormuz all’Ucraina: il volo del “martire”
Lo Shahed, che in farsi significa “testimone” o “martire”, è stato progettato per esplodere all’impatto, e in questo suo destino si riflette la natura stessa del conflitto ibrido che stiamo osservando. Non è un velivolo particolarmente veloce – la sua velocità di crociera si aggira sui 180 chilometri orari – e non è nemmeno difficile da individuare, una volta che il suo inconfondibile rombo metallico squarcia il silenzio. Ma la sua capacità di volare a bassa quota, sfuggendo ai radar più performanti, e di percorrere fino a duemila chilometri, lo rende un’arma di disturbo pressoché perfetta. Lo hanno imparato a loro spese gli ucraini, che da quattro anni subiscono onate di questi droni di produzione iraniana, spesso ridenominati “Geran” dai russi e lanciati a centinaia per fiaccare le difese di Kiev. Ed è quella stessa esperienza, paradossalmente, che oggi gli Stati Uniti e gli alleati del Golfo stanno cercando di comprare: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha già offerto la propria consulenza e i propri droni intercettori a basso costo, forti di un tasso di successo del settanta per cento nella caccia agli Shahed, una soluzione che potrebbe alleggerire la pressione sui costosissimi Patriot. Le discussioni in corso tra il Dipartimento della Difesa americano e l’industria ucraina, riportate dal Financial Times, confermano che Washington sta seriamente valutando di importare il modello difensivo di Kiev, dove i droni “Sting” da duemilacinquecento dollari danno la caccia ai “martiri” iraniani.
Le scorte che si assottigliano e la replica americana
Dietro i proclami roboanti, si nasconde una realtà fatta di numeri e di scorte che si consumano. Le stime parlano di circa milleseicento intercettori Patriot nelle riserve americane, un numero che, in caso di conflitto prolungato, rischia di assottigliarsi pericolosamente. La produzione annuale di questi missili, del resto, si aggira sulle seicento-settecento unità, una cifra che deve coprire non solo il fronte mediorientale, ma anche le esigenze di alleati come l’Ucraina e i paesi Nato. L’Iran, dal canto suo, gioca sulla quantità e sulla resilienza logistica: la possibilità che Teheran abbia accumulato decine di migliaia di Shahed, nascosti in depositi sotterranei o su semplici camion in movimento, rende la caccia alle rampe di lancio molto più complessa rispetto a quella ai silos missilistici. I vertici militari iraniani, peraltro, hanno recentemente annunciato un cambio di dottrina, passando ufficialmente a una postura offensiva, come dichiarato dal generale Abdolrahim Mousavi, che ha parlato di attacchi “fulminei, sostenuti e imprevedibili” capaci di aggirare i calcoli occidentali. Mentre i caccia stealth come gli F-22 e gli F-35 continuano a colpire obiettivi strategici all’interno dell’Iran, la guerra vera, quella dei consumi e dei costi, si gioca sempre più spesso a bassa quota, al seguito di quei piccoli droni dal ronzio inconfondibile che, volando bassi, stanno riscrivendo le regole dello scontro.




