Mattarella alla Scala, il dialogo con i giovani e quel «Nabucco» senza autorità

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La standing ovation che ha accolto Sergio Mattarelli al Politeatro alla Scala di Milano, l’altra mattina, non era soltanto il riconoscimento istituzionale al capo dello Stato; portava con sé – ed è forse questo l’elemento più significativo – l’eco di un messaggio che il presidente aveva già consegnato poche ore prima, tra i banchi del Politecnico, in dialogo con Renzo Piano. Perché il capo dello Stato, incontrando gli studenti, li ha definiti «pieni di creatività e di valori positivi», un elogio che ha voluto sottrarre a qualsiasi retorica celebrativa per ancorarlo a due concetti semplici e insieme radicali: l’ascolto, il dubbio, la convivenza. L’architetto Piano, dal canto suo, ha funto da spalla discreta, quasi da contrappunto architettonico a quelle parole, mentre il pubblico giovane riempiva lo spazio di una tensione partecipe, rara in occasioni del genere.

Ottant’anni dalla rinascita, Toscanini e quella lezione non scritta

L’11 maggio 1946 Arturo Toscanini, di spalle sul podio, diresse un concerto che non aveva solo il compito di restituire un teatro alla città; la Scala usciva allora dalle macerie dei bombardamenti dell’estate 1943, e il maestro volle una cosa precisa: niente autorità nel palco centrale. Al loro posto, gli ospiti di Casa Verdi, la residenza per musicisti a riposo fondata dal compositore. Ottant’anni dopo, il gesto si ripete identico: nel palco centrale non si sono sedute le autorità, ma proprio gli artisti di quella stessa residenza. Sul fondale, in bianco e nero, scorrevano le immagini di quella serata del ’46 accanto alla stessa identica inquadratura aggiornata alle ore 12 dell’11 maggio 2026: coro e orchestra schierati come allora, e sul podio il direttore musicale Riccardo Chailly. Una sovrapposizione di tempi che restituisce senza parole la continuità di un’idea – la musica come grammatica civile – ben prima di qualsiasi discorso ufficiale.

Il «Nabucco», Mattarella e Segre in platea senza cerimonie

Tra i brani eseguiti, il «Nabucco» ha assunto una dimensione quasi incidentale, proprio perché la sua forza evocativa – quel «Va, pensiero» che è diventato simbolo di libertà – non aveva bisogno di sottolineature retoriche. In platea, insieme a Mattarella, c’era anche Liliana Segre, senatrice a vita, ma il gesto più politico, nella sua accezione più alta, è stato proprio l’assenza di gerarchie visibili. Lo stemma dei Savoia, che un tempo campeggiava, è stato rimosso già dalla ricostruzione: al suo posto, hanno scritto gli organizzatori, ci sono gli artisti. Applausi scroscianti hanno accompagnato il presidente quando ha preso posto, e allo stesso modo il pubblico ha salutato i musicisti di Casa Verdi. Nessuna forzatura patriottica, nessun proclama: soltanto la ripetizione, ottant’anni dopo, di un rituale laico che Toscanini aveva inventato per restituire la Scala alla sua città ferita.

I giovani, il Politecnico e quel dialogo senza cattedra

Prima della Scala, dunque, c’è stato il Politecnico. E lì Mattarella ha tenuto un registro volutamente sommesso, alternando frasi complesse – capaci di aggirare ogni semplificazione – a domande dirette agli studenti. «Voi siete pieni di creatività», ha ripetuto, ma subito dopo ha aggiunto che senza il dubbio e senza l’ascolto dell’altro quella creatività rischia di restare sterile. Renzo Piano, architetto noto per le sue opere di ricucitura urbana, gli ha fatto da specchio: ha parlato della leggerezza come responsabilità, della costruzione come atto collettivo. Nessuno dei due ha ceduto alla tentazione di tracciare «futuri possibili»; si sono limitati a osservare che la ricostruzione fisica della Scala, avvenuta ottant’anni fa, e quella morale di cui i giovani sono oggi portatori appartengono alla stessa radice. Il presidente è stato acclamato, ma senza quella patina oleografica che accompagna spesso i cerimoniali: gli applausi erano rumorosi, quasi da stadio, e venivano da ragazzi che non avevano vissuto nessuna guerra, ma che riconoscevano in quelle immagini in bianco e nero un’eredità da maneggiare con cura.

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