Valanga in val Veny sopra Courmayeur: la nuvola di neve investe anche gli sciatori sulla pista

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un pomeriggio di ordinaria frequentazione sciistica, quello di martedì, si è trasformato in pochi, interminabili secondi in una scena da apocalisse bianca. Un immenso blocco di neve, staccatosi nel tardo pomeriggio sul versante del Monte Bianco che sovrasta Courmayeur, ha generato una nuvola di polvere così imponente e veloce da travolgere, nel suo propagarsi a valle, non solo i pendii fuoripista ma anche le aree più protette e frequentate del comprensorio. La massa d'aria e neve, sospinta dalla forza irresistibile della valanga, ha infatti finito per investire in pieno la pista blu Zerotta, quella che da Mont Chetif scende sinuosa verso il rifugio, situato a poche decine di metri dal corso del fiume Dora di Veny. Per un lungo, interminabile istante, il paesaggio circostante è stato letteralmente oscurato, come se un gigantesco sipario bianco fosse calato all'improvviso, e il suo soffio ha avvolto, “inghiottendoli” in una coltre lattiginosa e senza visibilità, gli sciatori che in quel momento si trovavano sulla pista, intenti a godersi l'ultima discesa, così come le persone in fila alla seggiovia, rimaste anch'esse impietrite di fronte a quella furia della natura. La scena, immortalata in numerosi video diventati virali, mostra adulti e bambini nel comprensorio sciistico tentare una fuga precipitosa, un riflesso istintivo di fronte a quel muro di neve in avanzamento, un panico che per fortuna, in questo specifico episodio, non ha avuto conseguenze fisiche per le persone direttamente interessate dal cosiddetto “soffio”. Lo stesso Soccorso alpino, nel ricostruire la dinamica, ha spiegato che intorno alle 15 l'onda d'urto della slavina, il cui distacco è avvenuto in una zona nota come Fauteuil des Alemades, al di sotto dell'Aiguille Noire du Peuterey, ha raggiunto il fondo della vallata, arrivando a lambire le strutture del comprensorio -6. Una circostanza, questa, che testimonia la potenza ancora inespressa di un fenomeno, quello valanghivo, reso particolarmente insidioso dalle condizioni meteo-climatiche delle ultime settimane, caratterizzate da forti venti che hanno accumulato ingenti quantità di neve sui pendii, creando i cosiddetti lastroni, pronti a staccarsi al minimo cedimento.

Un bilancio tragico nel vicino canale dei Vesses

Se per gli sciatori sulla pista battuta la paura è stata tanta ma senza conseguenze, a poca distanza, sempre nel cuore della Val Veny, la montagna ha mostrato il suo volto più spietato, lasciando dietro di sé una scia di dolore. Domenica mattina, infatti, un'altra, poderosa valanga si è staccata nel canale dei Vesses, un itinerario fuoripista molto ambito dagli appassionati di freeride per la sua conformazione e per la qualità della neve che si trova, ma che in questo frangente si è rivelato una trappola mortale. Un gruppo di scialpinisti francesi, composto da tre persone, è stato colto in pieno dalla slavina mentre percorreva quel canalone; in pochi attimi, la massa di neve, ghiaccio e detriti li ha travolti e sepolti sotto quasi due metri di neve, come riferito dai soccorritori intervenuti sul posto -7. L'allarme è stato lanciato tempestivamente da un altro scialpinista, un italiano che si trovava nelle vicinanze e che, sentito il boato e visto il gruppo scomparire, ha subito contattato la centrale del soccorso. In pochi minuti, si è mobilitata una macchina dei soccorsi imponente: quindici tecnici del Soccorso alpino valdostano, le unità cinofile e gli uomini della Guardia di finanza di Entrèves, supportati da tre elicotteri, hanno iniziato a sorvolare l'area e a scandagliare la neve alla ricerca dei segnali emessi dagli Artva, i dispositivi di ricerca che ogni scialpinista porta con sé -2. Le operazioni di scavo, condotte con la massima urgenza e in un contesto di pericolo oggettivo per possibili ulteriori distacchi, hanno portato al ritrovamento dei tre corpi. Uno di loro, un trentunenne di Chamonix, era già deceduto al momento dell'estrazione. Un secondo scialpinista, di circa trent'anni e non ancora identificato perché sprovvisto di documenti, è morto poco dopo il trasporto all'ospedale Parini di Aosta. Il terzo uomo, un 35enne francese, trasportato in condizioni disperate prima a Aosta e poi elitrasportato all'ospedale Giovanni Bosco di Torino, è deceduto successivamente, aggravando ulteriormente il bilancio di una domenica di sangue sulle montagne valdostane -9.

L'allarme delle valanghe e la corsa dei soccorsi

Il ripetersi di questi eventi in un arco di tempo così ristretto ha messo a dura prova i sistemi di allarme e soccorso, costretti a intervenire in scenari complessi e con il pericolo costante di nuove valanghe. Nel caso della valanga domenicale nel canale dei Vesses, i soccorritori hanno lavorato senza sosta per estrarre i corpi, consapevoli che ogni minuto trascorso sotto la neve riduceva drasticamente le speranze di sopravvivenza. Le operazioni sono state rese ancor più difficoltose dalla conformazione del canale, un vero e proprio imbuto ghiacciato, e dalla necessità di operare con la massima cautela per non innescarne di nuove. Purtroppo, non c'è stato nulla da fare per i tre scialpinisti, sepolti sotto una coltre di neve di oltre un metro e mezzo, un peso tale da rendere vano ogni tentativo di auto-soffio e rianimazione -7. La procura di Aosta, come prassi in questi casi, ha aperto un fascicolo per accertare l'esatta dinamica dell'incidente, e nelle prossime ore i due scialpinisti francesi superstiti di un altro gruppo, rimasti illesi, saranno ascoltati come testimoni per fornire elementi utili agli inquirenti. I bollettini valanghe emessi dalla Regione Valle d'Aosta nei giorni scorsi indicavano un pericolo “marcato”, con indice 3 su una scala di 5, segnalando in particolare il rischio di distacchi sui pendii ripidi e il fatto che le valanghe potessero coinvolgere strati di neve vecchia, raggiungendo dimensioni particolarmente pericolose -8. Un avvertimento che, alla luce dei tragici eventi, suona come un monito sulla necessità di una prudenza sempre maggiore, anche per gli sciatori più esperti.

Il vento e le condizioni meteo alla base dei distacchi

Alla base di questa pericolosa sequenza di valanghe, che sta interessando non solo la Valle d'Aosta ma l'intero arco alpino, vi è una combinazione di fattori meteorologici che hanno reso il manto nevoso estremamente instabile. Come spiegato da diversi esperti del settore, le abbondanti nevicate delle scorse settimane, seguite da forti venti e da repentini sbalzi termici – con un sensibile innalzamento delle temperature durante il giorno e gelate notturne – hanno creato le condizioni ideali per la formazione di lastroni da vento. Questi ultimi, come sottolineato dai tecnici del Soccorso alpino, sono particolarmente insidiosi perché costituiti da neve compattata dal vento, molto più pesante e coesa rispetto a quella fresca: un metro cubo di questo tipo di neve può arrivare a pesare anche 340 chilogrammi, una massa in grado di seppellire e uccidere in pochi secondi -9. A ciò si aggiunge l'effetto “spazzola” del vento, che accumula la neve sui versanti sopravvento, creando accumuli pericolosissimi pronti a staccarsi al minimo sovraccarico, come può esserlo il passaggio di uno sciatore. Anche la pioggia, caduta a quote relativamente basse e poi risalita, ha contribuito a destabilizzare il manto, infiltrandosi negli strati più profondi e creando superfici di scivolamento -4. In questo contesto, la valanga di martedì che ha generato il terrificante soffio sulla pista Zerotta è solo l'ultimo, fragoroso avvertimento di una montagna che, in questo inizio del 2026, sta mostrando tutta la sua pericolosa instabilità, imponendo a tutti, dalle autorità ai semplici appassionati, un approccio sempre più consapevole e rispettoso dei suoi tempi e delle sue dinamiche.

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