A4, terza corsia ferma al palo tra san donà e portogruaro: e il nordest aspetta (ancora)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il paradosso, se così si può definire, dell’infrastruttura più attesa e insieme più rinviata del quadrante veneto-friulano, riemerge con forza in un contesto – quello del tavolo tra Venezia e Trieste – dove la competitività dei territori si misura, ormai da anni, sulla capacità di trasformare i cantieri in realtà. Perché se è vero che la mobilità di merci e persone non attende, è altrettanto vero che sull’autostrada A4, nel tratto compreso tra San Donà di Piave e Portogruaro, i lavori per la tanto sbandierata terza corsia non sono nemmeno cominciati. Un’arteria, quella veneto-triestina, che all’inizio degli anni Duemila era considerata un asse viario periferico, mentre oggi – complice la saturazione dei flussi commerciali da e per l’Europa centrale e i Balcani – si è trasformata nel baricentro logistico del trasporto merci continentale.

Il valore (mancato) di un’opera strategica

Basterebbero pochi numeri, peraltro già resi noti in occasione degli ultimi convegni di settore, a restituire l’importanza economica dell’intervento: oltre 2.500 contratti stipulati nella filiera degli appalti, più di 2.400 aziende coinvolte, una media di 300 maestranze al giorno che in alcuni frangenti ha toccato quota 500. Si tratta, evidentemente, del valore aggiunto che la costruzione della terza corsia – da tempo completata altrove, come tra Venezia e Padova – avrebbe già immesso nel tessuto produttivo locale. E invece no. Quel cantiere, stando alle ultime verifiche sul campo, non ha ancora visto il primo colpo di ruspa. Una stasi che pesa doppiamente, se si considera che l’A4 non è solo un’autostrada: è lo snodo che collega le mete turistiche del Nordest (dalla Serenissima alle spiagge dell’Alto Adriatico) e, insieme, la spina dorsale della logistica pesante diretta verso i valichi orientali.

Gomma, rotaia e ritardi annunciati

Non si tratta, peraltro, di una criticità isolata. Perché se si guarda al quadro più ampio, emerge un’evidenza difficile da ignorare: sono ferme anche le opere sul raddoppio della linea ferroviaria Venezia-Trieste, un tassello cruciale per quella intermodalità gomma-rotaio che da decenni rappresenta l’orizzonte dichiarato di ogni piano regionale dei trasporti. E allora, mentre il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia fanno il punto sulle loro infrastrutture – portualità compresa, con la logistica che guarda ai Balcani e alla Mitteleuropa – l’amaro in bocca resta quello di progetti discussi, annunciati e poi congelati. Tra scadenze imminenti e ritardi che assumono ormai i contorni di una consuetudine decennale, l’unico dato certo è che la competitività del territorio passa ancora, e forse più che mai, dalla realizzazione di quegli interventi funzionali a collegare aree strategiche del Paese.

Il nodo Trieste e le regole europee

Non mancano, a complicare il panorama, le incertezze legate ad altre grandi opere del Friuli-Venezia Giulia. A margine di un recente convegno ospitato dall’aeroporto di Ronchi, il presidente della Regione Fedriga ha messo il dito nella piaga: servono soluzioni con il Mef per sbloccare la situazione del porto di Trieste, in particolare per quanto riguarda il nuovo Molo ottavo e la stazione di Servola. Il problema, ha spiegato, è anche di natura finanziaria e normativa: “Le nuove regole europee – ha detto Fedriga – non consentono di spendere il prossimo anno ciò che non è stato speso in questo, quindi dobbiamo trovare le coperture sulle annualità successive”. Un meccanismo, quello della programmazione a scorrimento, che penalizza chi accumula rinvii e che rischia di tradursi, in assenza di una quadra, in ulteriori slittamenti. Così, mentre i traffici ci sono – come ripetono da tempo gli operatori – e anzi crescono, le opere che dovrebbero assecondarli restano inchiodate alla carta.

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