Il risveglio del vulcano Hayli Gubbi in Etiopia dopo millenni di silenzio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo un sonno profondo, che si protraeva da circa dodicimila anni, il vulcano Hayli Gubbi, situato nella remota regione di Afar, ha bruscamente interrotto il suo lungo riposo con un risveglio tanto violento quanto improvviso. L’eruzione, iniziata nella mattinata di domenica 23 novembre, ha scagliato nell’atmosfera una colonna imponente di cenere e gas incandescenti, la quale, raggiungendo altezze comprese tra i quattordici e i quindici chilometri, è divenuta persino visibile ai satelliti in orbita attorno alla Terra. Quel pennacchio, denso e minaccioso, ha rapidamente iniziato a propagarsi, sospinto dai venti in quota, verso i cieli dello Yemen e dell’Oman, per toccare poi l’India e il Pakistan settentrionale, oscurando il sole e costringendo all’annullamento, o a deviazioni forzate, decine di voli internazionali i cui percorsi erano ormai insidiati da quel materiale fine e abrasivo.

Le conseguenze immediate sul territorio

Mentre la nube vulcanica solcava i cieli di mezzo mondo, le ricadute più immediate e tangibili — come spesso accade — si sono abbattute sui luoghi più prossimi al cratere. I villaggi del distretto di Afdera, già non estranei a un’esistenza aspra, si sono ritrovati avvolti in un manto grigio e soffocante di cenere, la quale, depositandosi su ogni superficie, ha reso l’aria irrespirabile, provocando accessi di tosse tra la popolazione. Il bestiame, vitale risorsa per quelle genti, ha visto i propri pascoli e le proprie fonti d’acqua scomparire sotto uno strato uniforme di polvere, prefigurando serie difficoltà per la sussistenza, le cui dimensioni è ancora presto per quantificare appieno.

Il lento ritorno alla quiete

L’attività parossistica del vulcano, sebbene intensa, si è fortunatamente rivelata di durata relativamente breve. Già martedì 25 novembre, infatti, l’energia del Hayli Gubbi ha mostrato chiari segni di esaurimento, con i tremori e le emissioni che si sono gradualmente placati, restituendo un’apparenza di quiete al paesaggio etiope. Ciò non toglie, tuttavia, che la regione — un triangolo arido e geologicamente vivace — rimanga una delle aree più attive del pianeta, dove le zolle terrestri si allontanano l’una dall’altra, generando un sottosuolo instabile e costellato di fenomeni magmatici, alcuni dei quali presentano, secondo gli esperti, delle affinità con vulcani ben noti come l’Etna e il Vesuvio.

Una lezione dalla storia geologica

Questo evento, al di là dei disagi immediati che ha provocato, serve a ricordare con forza la dinamicità del pianeta, specialmente in quelle aree dove la crosta terrestre è più sottile e fragile. Il risveglio di un gigante dopo un silenzio millenario — un’evenienza rara, ma non unica — offre alla scienza vulcanologica dati preziosi per comprendere i cicli di attività e di quiescenza, fornendo al contempo un monito sulla necessità di un monitoraggio costante, come quello che viene praticato in Italia sui numerosi apparati attivi, dove la sorveglianza continua rappresenta l’unico vero baluardo per la mitigazione dei rischi.

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