La Bce taglia ancora i tassi, ma la strada si fa più incerta: mutui più leggeri, ma l’ombra di Trump pesa sulle mosse future
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, ha usato parole che suonano quasi come un epilogo: «La Bce sta arrivando alla fine del ciclo di politica monetaria». L’annuncio è arrivato il 5 giugno, dopo l’ultima decisione di ridurre i tassi dal 2,25% al 2%, un movimento atteso ma non scontato, che conferma una tendenza iniziata nel 2022, quando l’inflazione galoppante – alimentata dai colli di bottiglia post-pandemici, dalla guerra in Ucraina e dal caro energetico – aveva costretto l’istituto di Francoforte a una stretta senza precedenti.
Ora, però, la situazione appare ribaltata. I dati sull’inflazione, ormai più contenuta, e la fragilità dell’economia europea hanno spinto la Bce a un nuovo alleggerimento, il quarto del 2025 e l’ottavo dall’inizio del 2024. Un accumulo di interventi che ha portato il tasso sui depositi a scendere di ben 200 punti base, dal 4% al 2%, un livello considerato «neutrale» dagli analisti, ovvero tale da non stimolare né frenare eccessivamente l’economia.
Gli effetti per i cittadini sono tangibili, soprattutto sul fronte dei mutui. Chi ha un prestito a tasso variabile, per esempio, vedrà un risparmio medio di 29 euro al mese rispetto alle rate precedenti. Numeri che, su scale più ampie, diventano significativi: su un mutuo da 100mila euro ventennale, la differenza rispetto a un anno fa arriva a 113 euro mensili, con un taglio del costo totale del finanziamento stimato in 27mila euro.
Ma se i benefici immediati sono chiari, le prospettive future appaiono meno definite. La Bce, infatti, potrebbe trovarsi davanti a un bivio. Da un lato, la debole crescita dell’Eurozona suggerirebbe ulteriori interventi; dall’altro, però, pesa l’incognita rappresentata dalle politiche economiche di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con un mandato che potrebbe riaccendere tensioni sui mercati. Senza contare che l’«incrocio delle curve» – con i tassi a breve che scendono sotto quelli a lungo termine – introduce un elemento di complessità aggiuntiva nella gestione monetaria.




