L'Iran del nuovo leader Khamenei giura vendetta: "Lista dei criminali" pronta
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Redazione Esteri
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"Vendicare mio padre è il volere della Nazione", con queste parole Mojtaba Khamenei, subentrato al padre Ali alla guida della Repubblica islamica dopo la morte di quest'ultimo nei raid congiunti di Stati Uniti e Israele dello scorso febbraio, ha rotto il silenzio promettendo una rappresaglia che si preannuncia come un atto dovuto, quasi un imperativo categorico per il nuovo regime.
Il messaggio, diffuso in occasione della sepoltura del padre e trasmesso dalla televisione di Stato, non si è limitato a una generica condanna: ha parlato apertamente di una "lista dei criminali" già pronta, un elenco di nomi che i vertici di Teheran considerano responsabili dell'uccisione della Guida Suprema.
Le dichiarazioni, riportate anche dalla tv satellitare al-Jazeera, segnano una svolta nella retorica ufficiale iraniana, che si prepara a trasformare il dolore per la perdita del leader carismatico in un'azione concreta, gettando un'ombra minacciosa sulle future dinamiche di uno scenario mediorientale già infiammato.
I dettagli della dichiarazione e il contesto delle esequie
La dichiarazione scritta del nuovo leader, letta pubblicamente in occasione delle esequie del padre, ha voluto sottolineare la partecipazione "straordinaria, storica e senza precedenti" di decine di milioni di persone, non solo nelle città iraniane come Teheran, Qom e Mashhad, ma anche in Iraq, a Najaf e Karbala, a testimonianza di un cordoglio che travalica i confini nazionali e tocca le corde più profonde dello sciismo internazionale.
Un ringraziamento formale che cela però un messaggio politico preciso: la mobilitazione popolare diventa la legittimazione di una vendetta che Mojtaba Khamenei presenta come un'istanza collettiva, quasi un volere popolare da assecondare. È in questo clima di dolore e rabbia che si inserisce la promessa di una resa dei conti imminente, un avvertimento che agita lo spettro di nuovi attacchi, sebbene la tregua con gli Stati Uniti, come ribadito dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sia stata formalmente mantenuta da parte di Teheran.
Il nodo dei negoziati e le smentite sul cessate il fuoco
Proprio Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, ha scelto una linea diplomatica apparentemente distante dalla bellicosità del nuovo leader, atterrando oggi a Muscat, in Oman, per colloqui con i mediatori locali incentrati sugli sviluppi regionali e, in particolare, sulla delicata situazione dello Stretto di Hormuz.
Araghchi ha respinto al mittente le affermazioni di Donald Trump, il quale aveva insistito sulla fine della tregua, ribadendo che la Repubblica islamica ha "mantenuto la parola data" sul cessate il fuoco e negando categoricamente l'esistenza di ulteriori negoziati diretti con Washington.
La delegazione americana non sarà presente ai tavoli omaniti, un'assenza che sottolinea la distanza incolmabile tra le due parti, mentre l'Europa cerca di mettere a punto proposte per garantire la sicurezza dei pedaggi nello Stretto di Hormuz, un passaggio vitale per il commercio energetico globale che resta un potenziale polverone innescabile.
Gli attacchi nel Golfo e il ruolo degli "estremisti"
A complicare ulteriormente il quadro, emerge la versione fornita dall'Iran a funzionari statunitensi, secondo cui sarebbe stato "un gruppo di estremisti fuori controllo" a tentare di minare i negoziati di pace e la tregua, colpendo le navi mercantili nello Stretto di Hormuz e provocando la reazione americana che ha portato ai raid contro Teheran. Una narrazione che, se da un lato tenta di gettare un alone di ambiguità sulle responsabilità dirette del regime, dall'altro non placa le tensioni, soprattutto alla luce dell'avvertimento di Israele su nuovi piani iraniani per assassinare Trump.
Secondo il Wall Street Journal, alla Casa Bianca cresce il pessimismo sulla possibilità di raggiungere un accordo sul nucleare, con la convinzione che un'intesa sia sempre più improbabile, mentre il nuovo corso impresso da Mojtaba Khamenei rischia di far precipitare una crisi che tiene il mondo col fiato sospeso.




