Tim archivia le azioni di risparmio, conversione al 93,5% e addio a Piazza Affari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Telecom Italia compie un passaggio destinato – ormai da tempo annunciato e attentamente monitorato dagli analisti – a semplificare la propria struttura azionaria, riducendo quella frammentazione che, in tanti anni di travagliate vicende societarie, aveva finito per appesantire la governance del gruppo. Dal 21 maggio 2026, le azioni di risparmio Tim escono definitivamente dal listino milanese. Un’uscita resa possibile da una conversione facoltativa che ha raccolto adesioni ben oltre le previsioni più ottimistiche, tanto da raggiungere quota 93,5%. Un’operazione tecnica, certo, ma dal peso finanziario non trascurabile: meno categorie di azioni significano più chiarezza per il mercato, e una linea di comando potenzialmente più snella, lontana dalle complessità che spesso nascono dalla compresenza di diversi strumenti partecipativi.

Numeri da record per l’offerta volontaria

Secondo quanto comunicato ufficialmente da Tim, il periodo riservato all’adesione volontaria si è chiuso con un risultato netto: sono state consegnate 5,634 milioni di azioni di risparmio TITR, pari appunto al 93,5% del totale della categoria. Per ciascuna di queste, il meccanismo previsto ha garantito un’azione ordinaria (rapporto uno a uno) più un conguaglio di 0,12 euro lordi per titolo. Un esborso complessivo, quello sostenuto da Tim, di circa 676 milioni di euro. I cosiddetti “cassettisti” – ossia quegli azionisti di lungo periodo che hanno scelto di non attendere la scadenza obbligatoria – hanno così incassato un premio immediato, approfittando di una conversione che l’assemblea dei soci aveva approvato praticamente all’unanimità.

La quota residua e il passaggio obbligatorio

La fetta che non ha aderito volontariamente, quel 6,5% ancora in mano a pochi detentori, non avrà però il lusso di restare nei portafogli. Per questi titoli scatterà già domani, 21 maggio, la conversione obbligatoria. Il conguaglio, in questo caso, scende a 0,04 euro per azione: una differenza sostanziale, quasi una sanzione implicita per chi ha scelto di temporeggiare. L’intera operazione – volontaria e obbligatoria messe insieme – costa a Tim circa 692 milioni di euro. Un risparmio netto di circa 30 milioni rispetto a quanto preventivato in fase di lancio dell’offerta, dovuto soprattutto alla minore adesione attesa sul fronte volontario che, paradossalmente, si è rivelata massiccia. Sono stati conferiti 5,6 miliardi di pezzi, contro una platea potenziale di oltre 6 miliardi presenti sul mercato prima dell’inizio delle danze.

Addio alle doppie categorie, il mercato guarda altrove

Dal giorno successivo, il 21 maggio, tutte le azioni di risparmio Telecom Italia verranno revocate da Piazza Affari. Nessuna doppia categoria, nessuna distinzione tra chi ha diritto di voto e chi invece percepiva solo un dividendo prioritario. Una semplificazione che arriva a quasi un anno e mezzo dalla rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca – un evento che, va detto, non ha più nulla di eccezionale né di impattante sulle dinamiche quotidiane dei mercati europei – e che riporta l’attenzione esclusivamente sui conti e sugli assetti interni dell’ex monopolista. Tim, dal canto suo, chiude una pagina lunga e controversa: le azioni di risparmio erano state per decenni un simbolo di quella rigidità strutturale che molti critici avevano additato come freno alla competitività. Ora, con una platea di titoli unificata, resta da vedere – ma questa è materia per i prossimi bilanci – se la nuova architettura finanziaria saprà tradursi in maggiore efficienza operativa.

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