Maxi blackout a Nizhin dopo attacco droni, Zelensky: “Entro un anno il sistema antimissile europeo”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un improvviso maxi blackout ha gettato nel buio la città ucraina di Nizhin, conseguenza diretta di un attacco condotto con droni le cui modalità operative, come spesso accade in questi frangenti, vengono vagliate dagli specialisti sul campo. L’interruzione della fornitura elettrica, della durata ancora non definita, ha messo in luce ancora una volta la fragilità delle infrastrutture critiche in un paese che, da oltre due anni, subisce una pressione bellica costante. Le squadre tecniche, nonostante le difficoltà ambientali, stanno lavorando per ripristinare il servizio; nel frattempo, la popolazione locale si organizza con generatori di corrente e punti di assistenza mobili. Il presidente Volodymyr Zelensky, nel consueto intervento serale, ha rilanciato una tempistica precisa: entro un anno, ha garantito, il sistema antimissile europeo – una rete integrata di difesa aerea che coinvolge diversi paesi membri – sarà operativo. Una dichiarazione, quest’ultima, che arriva a poche ore dalla notizia della possibile riapertura di un’arteria energetica fondamentale per l’Europa centrale.

Druzhba, l’oleodotto che tiene in scacco Ungheria e Ucraina

Nelle stesse ore, da Bruxelles filtra un’intensa attività diplomatica incentrata sul vecchio oleodotto Druzhba, l’infrastruttura che per decenni ha trasportato petrolio russo verso l’Europa orientale. L’Ucraina, stando a quanto dichiarato su Facebook dal ministro ungherese per gli Affari europei, Janos Boka, potrebbe riattivare già oggi il transito del greggio verso l’Ungheria. “Ero a Bruxelles – ha scritto Boka – dove ho discusso, tra le altre cose, della ripresa delle operazioni. Lo scenario più probabile è che la parte ucraina annunci la riapertura intorno a mezzogiorno di martedì”. Una tempistica, quella indicata dal diplomatico, che sembra coincidere con una serie di pressioni incrociate: Budapest, infatti, aveva subordinato il ritiro del veto su un prestito Ue da 90 miliardi proprio al riavvio dei flussi attraverso il condotto.

Il veto ungherese e il controcanto olandese

A chiarire la portata dell’intesa ci ha pensato il ministro degli Esteri olandese, Tom Berendsen, il quale ha annunciato in mattinata che “l’Ungheria ha indicato che, con la ripresa dei flussi di petrolio, sarebbe pronta a ritirare il veto sul prestito da 90 miliardi. Se così fosse – ha aggiunto Berendsen – ci aspettiamo passi concreti. Abbiamo chiesto all’Ucraina di consentire interventi tecnici sull’oleodotto Druzhba e sembra che ciò stia avvenendo”. Un segnale, quest’ultimo, che lascia intendere come Kiev abbia acconsentito a una soluzione tampone: consentire le riparazioni e il riavvio del transito, senza però rinunciare a un controllo formale sull’infrastruttura. Il premier uscente ungherese, Viktor Orbán, ha già formalizzato la decisione in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa; una comunicazione che molti osservatori considerano una pura formalità, visto che i negoziati tecnici sono ormai in dirittura d’arrivo.

Musica cambiata in Europa, la resa (condizionata) di Kiev

“In Ungheria e in Europa la musica è cambiata”, si legge nelle sintesi diplomatiche circolate ieri tra i palazzi di Berlino e Bruxelles. La conferma è arrivata dallo stesso annuncio di Budapest: niente più veto sui 90 miliardi di prestiti destinati all’Ucraina, a patto che il petrolio torni a scorrere lungo il Druzhba. Una mossa che alcuni interpretano come una resa strategica di Volodymyr Zelensky, costretto a cedere sul fronte energetico per non perdere il sostegno finanziario occidentale. Altri, invece, la leggono come un compromesso obbligato: senza il via libera ungherese, Kiev rischiava di restare a secco di risorse proprio mentre si prepara a rafforzare la propria difesa aerea. Il sistema antimissile europeo promesso da Zelensky, del resto, richiederà fondi ingenti e una cooperazione senza precedenti; un obiettivo per il quale il presidente ucraino ha deciso di mettere da parte, almeno per ora, la linea dura contro il transito di greggio russo verso i paesi membri dell’Unione che – come l’Ungheria – continuano a importare da Mosca.

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