La proposta di Trump per il Consiglio di pace di Gaza: un miliardo di dollari per un seggio permanente
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Redazione Esteri
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In una mossa che riflette un approccio marcatamente pragmatico, l’amministrazione Trump ha avanzato una proposta destinata a far discutere: i paesi interessati a un seggio permanente nel nuovo "Consiglio di pace" per Gaza dovrebbero versare almeno un miliardo di dollari. La condizione economica, riportata da Bloomberg che ha avuto accesso alla bozza dello statuto dell'organismo, si inserisce in un quadro più ampio dove sarà lo stesso presidente americano a decidere le personalità da invitare a farne parte. Questa iniziativa, annunciata ufficialmente ieri con un comunicato della Casa Bianca, è stata definita da Trump, con la consueta enfasi, come "il Consiglio più grande e prestigioso mai assemblato in qualunque tempo e in qualunque luogo".
La composizione del Board e le polemiche con Israele
Il cosiddetto "Board of Peace", il cui obiettivo dichiarato è implementare il Piano Trump in venti punti per la pace a Gaza – un piano che punta alla smilitarizzazione della Striscia, alla sua ricostruzione e, in prospettiva, a una convivenza tra israeliani e palestinesi – vede una composizione eterogenea. Accanto a figure politiche come il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, compaiono finanzieri e il duo immobiliare Witkoff-Kushner, a indicare una forte componente economico-progettuale. Nel novero dei membri spiccano anche le uniche due donne nominate: l'emiratina Reem Al-Hashimy e l'olandese Sigrid Kaag, inserite nella Gaza Executive Board. La reazione israeliana, tuttavia, non si è fatta attendere, con il primo ministro Benjamin Netanyahu che ha espresso forti perplessità riguardo ai nomi scelti. Una resistenza che, secondo quanto trapela da fonti statunitensi citate da Axios, sta esaurendo la pazienza di Washington: "La pazienza degli Stati Uniti di fronte alle obiezioni di Benjamin Netanyahu sul 'Board of Peace' è molto ridotta", si sottolinea, in un passaggio che sembra ribadire la determinazione a procedere autonomamente. "Gaza è il nostro show, non quello di Netanyahu", è l’espressione che circola negli ambienti americani, a segnare un netto distacco dalla linea del governo israeliano.
La struttura e gli obiettivi operativi
Il Consiglio, nato tra non poche polemiche e proteste, si prefigge di essere lo strumento operativo principale per gestire la fase transitoria a Gaza. La sua architettura, che prevede un ruolo centrale del presidente americano nella selezione dei partecipanti e un requisito finanziario sostanzioso per l'accesso a un seggio permanente, delinea un modello di governance internazionale inedito, dove l’influenza politica appare strettamente legata a un contributo economico vincolante. La bozza dello statuto, in questo senso, non lascia spazio a interpretazioni: sarà Trump a decidere chi invitare, segnando una regia fortemente personalistica dell'intero processo.
Uno sguardo sulla complessità della ricostruzione
Al di là delle condizioni di accesso e delle tensioni diplomatiche, il Board si trova di fronte a una sfida immensa, che va ben oltre la raccolta di fondi. La ricostruzione materiale della Striscia, devastata da mesi di conflitto, è solo il primo, sebbene gigantesco, capitolo di un piano che ambisce a ridefinire gli equilibri locali. La smilitarizzazione, obiettivo cardine del piano in venti punti, rappresenta un nodo di difficoltà estrema, strettamente intrecciato a questioni di sicurezza nazionale per Israele e di controllo del territorio per le fazioni palestinesi. L'orizzonte finale di una convivenza, menzionato nelle intenzioni, appare come una meta lontana, il cui percorso è ancora tutto da tracciare e che dovrà inevitabilmente fare i conti con una realtà sul campo estremamente frammentata e polarizzata.




