Eugenio Finardi, tra musica e silenzio: "Il futuro è degli uomini buoni"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Eugenio Finardi, il cantautore che a ventidue anni irruppe sulla scena con Caramba, canzone intrisa di quella rabbia pasoliniana che ancora oggi risuona, è lo stesso uomo che oggi, a settantadue anni, presenta Tutto, il suo ventesimo album. Un traguardo che segna mezzo secolo di carriera, dall’esordio nel 1973 a oggi, passando per battaglie artistiche e personali, tra cui una malattia che lo ha privato quasi completamente dell’udito.

La fotografia di Fabrizio Fenucci lo ritrae sotto un cappello, con la barba lunga e i capelli bianchi legati in una coda, un’immagine che ricorda quella di Tiziano Terzani, altro viaggiatore instancabile tra mondi esteriori e interiori. Quella stessa inquietudine, del resto, non l’ha mai abbandonato. Eppure, ciò che colpisce non è solo la continuità del suo percorso, ma la capacità di reinventarsi nonostante gli ostacoli. Tutto, prodotto da Giovanni "Giuvazza" Maggiore e distribuito da ADA Music Italy, è un lavoro che spazia dalla fisica quantistica alla spiritualità, passando per riflessioni sociali ed esistenziali.

"Non so se sarà l’ultimo disco in assoluto, forse di inediti", ammette Finardi, consapevole che tra undici anni ne avrà ottantaquattro. Ma è proprio questa consapevolezza a rendere il progetto ancora più significativo. Il cantautore milanese, che definisce sé stesso "quasi sordo", racconta di un acufene devastante, frutto dell’età, di un trauma – un’esplosione alle spalle – e di una vita trascorsa accanto alle batterie, come accaduto a Pete Townshend dei The Who. "Ti uccidono", dice, senza retorica

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