Juliette Binoche e l’Alzheimer, la lotta per il consenso in “Queen at sea” presentato a Berlino
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nel nuovo film di Lance Hammer presentato in concorso alla Berlinale, in cui la protagonista Amanda, interpretata da Juliette Binoche, si trova davanti a uno specchio che non le restituisce l’immagine di una donna risoluta, ma quella di qualcuno che ha appena innescato un meccanismo più grande di lei. La pellicola, intitolata “Queen at sea”, segna il ritorno alla regia di Hammer a diciotto anni di distanza dal suo acclamato esordio “Ballast”, e lo fa affrontando uno dei temi più spinosi e meno esplorati dal cinema con tale profondità: la questione del consenso in una relazione lunga quando sopraggiunge la demenza senile -1-7. Binoche, che negli ultimi anni ha arricchito la sua galleria di ritratti femminili alle prese con le asperità del quotidiano, veste qui i panni di Amanda, una madre single e professoressa che si trasferisce temporaneamente da Newcastle a Londra con la figlia adolescente Sarah (Florence Hunt) per stare vicina alla madre Leslie (Anna Calder-Marshall), divorata dall’Alzheimer, e al patrigno Martin (Tom Courtenay) che di lei si prende cura -5-6.
La scintilla che fa precipitare gli eventi è una scoperta casuale: una mattina, entrando in casa, Amanda sorprende Martin e la madre in un rapporto intimo, e il volto di Leslie, con quegli occhi azzurri che la malattia ha reso vitrei e assenti, sembra gridare un disagio che la figlia interpreta come un abuso -6. La reazione di Amanda è immediata e, a suo modo, dettata dalla più autentica delle preoccupazioni filiali: chiama la polizia e denuncia il patrigno per violenza sessuale, convinta che la madre non abbia la capacità di prestare un consenso consapevole, un dubbio peraltro già sollevato dal medico di famiglia. Quello che segue non è però il classico melodramma giudiziario, perché Hammer costruisce la narrazione con una tale complessità psicologica da capovolgere progressivamente la prospettiva dello spettatore, costringendolo a navigare in acque etiche torbide dove la nozione di giusto e sbagliato perde ogni nitidezza -1-5.
Le indagini partono, e con esse l’ingranaggio spersonalizzante delle istituzioni: Leslie viene sottoposta a un protocollo forense che prevede l’esame con il rape kit, una procedura che, sebbene eseguita con la massima correttezza clinica, finisce per apparire profondamente disumanizzante agli occhi di chi osserva e, soprattutto, agli occhi di Amanda che l’ha innescata -1-6. È in questa fase che il film compie il suo movimento più interessante: Martin, che nelle prime scene poteva apparire come una figura sinistra, rivela strati di tenerezza e dedizione assolute, presentandosi come l’unico in grado di interpretare i bisogni primordiali di una moglie che il linguaggio lo ha ormai perduto. La sua ostinazione nel voler continuare a condividere l’intimità con Leslie non è, nella sua visione, una prevaricazione, ma una forma estrema di amore coniugale, un modo per tenerla ancorata a un’esperienza di vita e di piacere che la malattia non ha ancora del tutto cancellato -1-6. Binoche, in una recente intervista, ha spiegato come il suo personaggio sia costretto a fare i conti con la propria presunzione di sapere cosa sia meglio, scoprendosi progressivamente più fragile e insicura man mano che le conseguenze delle sue scelte si materializzano -5.
Il cortocircuito tra la legge, l’etica e l’amore quotidiano
Hammer, che ha riscritto parzialmente la sceneggiatura dopo aver trasferito l’ambientazione dagli Stati Uniti al Regno Unito, si è avvalso della consulenza di esperti del settore socio-sanitario e legale, arrivando persino a far interpretare i loro stessi ruoli da assistenti sociali e infermieri reali sul set per garantire la massima verosimiglianza -2-5. Questa scelta di realismo estremo non è fine a se stessa, ma serve a sottolineare come la macchina burocratica, pensata per proteggere i più deboli, finisca per trasformarsi in un incubo che travolge proprio coloro che dovrebbe tutelare -5. Martin, a cui viene impedito di avvicinarsi alla moglie in attesa che gli accertamenti facciano il loro corso, si trova a dover dimostrare la purezza del suo amore a degli estranei, mentre Leslie, privata della sua presenza, sprofonda in un’angoscia silente che solo il marito sembra in grado di lenire. È l’istituzione stessa, con le sue categorie rigide, a mostrare tutti i propri limiti nel gestire le zone grigie dell’esistenza, quelle in cui la demenza rende il confine tra autonomia e vulnerabilità così labile da essere quasi impercettibile.
Lo sguardo di una generazione che si affaccia alla vita
A fare da contrappunto a questa vicenda centrale c’è la storia di Sarah, la figlia adolescente di Amanda, che vive il suo personale risveglio sentimentale e sessuale con un compagno di scuola, in una dimensione di spensieratezza che stride violentemente con la cupezza della situazione familiare -1-6. Il parallelismo voluto da Hammer tra le due generazioni è netto e volutamente stridente: da un lato l’esplorazione gioiosa e incerta dei primi approcci, dall’altro la questione spinosa se due corpi anziani e segnati dal tempo possano ancora incontrarsi lecitamente. La regia, affidata alla fotografia di Adolpho Veloso che utilizza un ridotto angolo di otturatore per creare un leggero ma percettibile effetto di nervosismo visivo, sembra voler tradurre in immagine il disagio cognitivo di chi osserva, quell’essere costantemente sul punto di dimenticare qualcosa che è tipico di chi vive accanto alla malattia -1. In una delle sequenze più significative, durante un incontro con l’assistente sociale, Martin pronuncia una dichiarazione d’amore per la moglie che ha la potenza di una rinnovata promessa nuziale, e Leslie, nel suo silenzio gravido di assenza, sembra corrispondere a quel sentimento in un modo che nessun test di capacità cognitiva potrebbe mai certificare -6.




