Milano, la doppia vita di Oksana Murasova: accoltella il compagno e per la giustizia è legittima difesa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C'è una sottile linea di continuità, fatta di lame da cucina e liti domestiche che precipitano nel sangue, che lega due episodi a distanza di undici anni nella vita di Oksana Murasova. La donna, trentanovenne ex ballerina lituana, domenica 15 febbraio ha ferito con un fendente al fianco il suo attuale compagno, un cinquantatreenne milanese, nell'appartamento di via Alfredo Soffredini, zona Precotto. Una dinamica, questa, che per i magistrati presenta i contorni della legittima difesa: la Procura, nella persona del pm di turno Pasquale Addesso, non ha disposto alcuna misura cautelare, limitandosi a iscrivere la donna nel registro degli indagati a piede libero per il reato di lesioni aggravate. È stata la stessa Murasova, dopo essersi allontanata dall'abitazione, a comporre il numero per allertare il 118, raccontando agli agenti intervenuti una sequenza chiara: una lite, le sue percosse subite – a pugni, ha riferito – il tentativo di fuga, e infine l'essere stata raggiunta e bloccata dall'uomo, circostanza che l'avrebbe indotta ad afferrare un coltello da cucina e a colpire.

Una chiamata, un coltello scomparso e un precedente che pesa

Il compagno ferito, Massimiliano D. I. – questo il suo nome –, ha fornito una versione che in parte si discosta, ma solo nei dettagli accessori: ha riferito agli inquirenti di essersi sfilato la lama dal costato e di averla gettata dalla finestra, un coltello che tuttavia, nonostante le ricerche, non è stato rinvenuto. L'uomo, soccorso in codice giallo e trasportato all'ospedale Niguarda, ha riportato lesioni giudicate guaribili in trenta giorni. Contro il parere dei sanitari, che ne avrebbero raccomandato l'osservazione, ha firmato le dimissioni volontarie, allontanandosi dalla struttura. La vicenda, già di per sé grave, si carica di un significato più cupo se si considerano i trascorsi giudiziari di entrambi i protagonisti. Per Murasova, si tratta del secondo episodio di accoltellamento ai danni di un partner: nell'aprile del 2015, in un appartamento di via Ripamonti, uccise con un fendente al cuore l'allora convivente Ruslan Bilous. Un omicidio per il quale ha scontato otto anni e due mesi di reclusione, tornando in libertà soltanto nell'agosto del 2025. In quel processo, la ricostruzione difensiva – che parlava di una reazione dopo che l'uomo aveva minacciato e spintonato la figlia piccola della donna – portò dapprima a una condanna per omicidio colposo in primo grado, poi rideterminata in appello con il riconoscimento di alcune attenuanti.

Il passato dell'uomo e i segnali d'allarme ignorati

Anche il compagno ferito non è estraneo a episodi di violenza letale: nel 2008, a Sesto San Giovanni, investì volontariamente un uomo di origini marocchine al termine di una lite, uccidendolo, e scontò una pena detentiva conclusasi nel 2019. Un dettaglio, questo, che getta una luce sinistra sulla natura del rapporto, già segnato da precedenti episodi di conflittualità. Il 27 novembre scorso, infatti, in quella stessa abitazione di via Soffredini era scattato un codice rosso: una segnalazione che aveva portato le forze dell'ordine a intervenire e a convocare la donna per sentirla. In quell'occasione, tuttavia, Murasova scelse di non sporgere denuncia, rientrando così in quel silenzio che troppo spesso avvolge le dinamiche della violenza domestica. Oggi, a distanza di pochi mesi, la situazione è nuovamente precipitata, con la differenza sostanziale che questa volta la giustizia ha scelto di non procedere con l'arresto, ritenendo prevalente l'elemento della reazione a un'aggressione subita.

L'esimente della legittima difesa e le lesioni riscontrate

A fugare ogni dubbio sulla sussistenza dei presupposti per la legittima difesa sarebbero stati, oltre alla narrazione della donna, anche i referti medici. Oksana Murasova, infatti, è stata visitata presso la clinica Mangiagalli, specializzata in violenze di genere, dove le sono state riscontrate contusioni e segni compatibili con i colpi ricevuti. Lesioni che, unitamente alla ricostruzione del tentativo di fuga e del successivo blocco da parte dell'uomo, hanno indotto il pm a escludere, almeno in questa fase, la volontarietà dell'azione lesiva come aggressione fine a sé stessa, qualificandola piuttosto come una reazione istintiva e proporzionata a un pericolo attuale. Resta ora agli inquirenti il compito di approfondire la dinamica precisa, anche alla luce del coltello non ritrovato e delle dichiarazioni talvolta contraddittorie che emergono in questi contesti, dove la verità processuale si costruisce spesso su equilibri fragili e testimonianze incerte.

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