Bergamo, lo scompenso cardiaco silente colpisce oltre quattro residenti su dieci a rischio

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non c’è stata necessità di un evento acuto, né di un ricovero d’urgenza, per scoprire che il cuore di molti bergamaschi, apparentemente sani o solo lievemente esposti a fattori di rischio, già lavora in affanno. I dati preliminari dello studio BRIMBERG-ANTHEM, condotto tra la città, la Val Brembana e la Valle Imagna, dipingono un quadro che impone un cambio di passo nell’approccio alla prevenzione territoriale: su 310 pazienti già valutati (un terzo del campione totale di 604 arruolati tra maggio e febbraio), oltre il 40% presenta segni di scompenso cardiaco precoce mai diagnosticato prima. Si tratta, per la precisione, di una quota pari al 23% di individui con sintomi ormai riconoscibili e di un ulteriore 20% che mostra una disfunzione ventricolare sinistra del tutto asintomatica, una condizione, quest’ultima, ancora più insidiosa perché priva di qualsiasi campanello d’allarme percepibile dal paziente stesso.

Uno studio nato dai territori, dai medici di base e dall’università

Il progetto BRIMBERG – crasi che unisce i nomi delle tre aree coinvolte, ovvero le valli Brembana, Imagna e la città di Bergamo – è stato promosso dalla Fondazione Anthem con il contributo diretto dell’Asst Papa Giovanni XXIII, dell’Università di Bergamo e di un gruppo di medici di medicina generale. L’arruolamento, avvenuto tra soggetti di età compresa tra i 50 e gli 80 anni, ha selezionato persone con rischio cardiovascolare lieve o moderato ma senza alcun pregresso evento cardiovascolare certificato (come infarti o ictus). Ebbene, proprio in questa fascia, che si riteneva ancora lontana da complicanze maggiori, la prevalenza di scompenso non diagnosticato ha toccato cifre da allarme. Come hanno rilevato i ricercatori – tra i quali figurano, fra gli altri, Roberto Moretti, già direttore delle Cure primarie, e diversi professionisti come Messina, Brioschi, Cesa, Cremaschini, Locati, Paleari, Senni, Caravita, Amorosi, oltre a Daniele Marchetti dirigente del DAPSS Bergamo – senza questo screening, la malattia sarebbe molto probabilmente rimasta silente fino a un episodio critico, spesso il primo e più grave.

I numeri che pesano sulla qualità di vita e sul sistema sanitario

Con un’età media, nel campione analizzato, di 69 anni, i ricercatori hanno distinto due grandi categorie: da un lato il 23% dei pazienti ha riferito o mostrato sintomi compatibili con lo scompenso cardiaco (dalla dispnea da sforzo alla facile affaticabilità), dall’altro il 20% presentava una disfunzione ventricolare sinistra asintomatica, una condizione nella quale il cuore fatica a pompare il sangue in modo efficiente ma senza che il soggetto avverta alcun disturbo evidente. È proprio quest’ultimo gruppo, spiegano i clinici dell’Asst Papa Giovanni XXIII, a rappresentare la sfida più complessa per la diagnosi precoce. Il direttore generale dello stesso ospedale ha infatti sottolineato come ci si trovi davanti a una “condizione silente ma di forte impatto sulla qualità della vita”, capace di ridurre progressivamente l’autonomia della persona e di aumentare l’accesso alle cure urgenti. Senza dimenticare il versante della sostenibilità: individuare per tempo questi pazienti – ha aggiunto – significa poter avviare terapie (dai betabloccanti agli antagonisti del sistema renina-angiotensina) quando il cuore è ancora in grado di rispondere, evitando ricoveri ripetuti e l’aggravarsi della disfunzione.

Segnali da non ignorare e il valore della prevenzione di prossimità

Ma quali sono, concretamente, i segnali che andrebbero intercettati? Lo studio bergamasco ricorda come lo scompenso cardiaco precoce possa manifestarsi – nei casi sintomatici – con fiato corto durante attività leggere, senso di gonfiore a caviglie e piedi, stanchezza inspiegabile o tosse notturna. Tuttavia, il vero nodo resta la quota asintomatica, quella che non dà nessuno di questi indizi. Per questo i medici di medicina generale, coinvolti in prima linea nel progetto, hanno iniziato a utilizzare protocolli di screening più mirati, basati sulla misurazione del peptide natriuretico di tipo B (un marcatore ematico) e su ecocardiografie mirate. I dati di BRIMBERG rappresentano solo una fotografia preliminare, avvertono gli autori, ma sufficientemente solida per ribaltare l’approccio tradizionale: non attendere che il paziente arrivi in ospedale con un quadro conclamato, bensì andare a cercare la malattia nel territorio, tra chi si sente ancora “in salute” ma rientra in quella fascia del 40% ormai sotto osservazione. È una lezione, quella che arriva da Bergamo, che interroga l’intera medicina del futuro, quella in cui la ricerca non si ferma ai grandi numeri nazionali ma scende nei singoli ambulatori delle valli.

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