Marcello Compagnoni, 60 anni, è la vittima della meningite fulminante a Bellante: avviata la profilassi
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Redazione Salute
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Un dramma improvviso e inesorabile si è consumato martedì ventiquattro febbraio all’ospedale di Sant’Omero, dove Marcello Compagnoni, sessantenne residente a Bellante, è deceduto poche ore dopo il ricovero a causa di una meningite fulminante, una patologia che, come è noto, non lascia scampo quando si manifesta nella sua forma più aggressiva. L’uomo, giunto in pronto soccorso intorno alle tredici con un quadro clinico che in un primo momento era stato interpretato come una sospetta polmonite, ha visto le sue condizioni aggravarsi in maniera repentina, tanto che il cuore ha cessato di battere meno di quattro ore dopo, alle sedici e cinquanta, lasciando nella disperazione la moglie Pina, i figli Elisabetta e Andrea e i genitori Gabriele e Dora, ai quali non resta che un dolore assoluto e incolmabile.
La diagnosi, inizialmente non chiara, è stata successivamente confermata dagli accertamenti sanitari, chiudendo ogni spiraglio su quella che si è rivelata essere una delle infezioni più temute per la velocità con cui attacca l’organismo. La Asl di Teramo, attraverso una nota ufficiale, ha comunicato di aver attivato con la massima tempestività tutte le procedure previste in questi casi, concentrandosi in particolare sulle misure di profilassi per coloro che sono stati a stretto contatto con Compagnoni nei giorni precedenti il decesso. Un intervento mirato, quello dell’azienda sanitaria, che si rende necessario solo per chi ha condiviso con il paziente spazi chiusi e prolungati, e che consiste nella somministrazione di antibiotici, una precauzione fondamentale per scongiurare il rischio di un contagio che, va detto, si verifica esclusivamente attraverso secrezioni respiratorie come saliva o colpi di tosse e non certamente con contatti occasionali.
Le rassicurazioni della Asl e i chiarimenti sulle modalità di trasmissione
Mentre a Bellante, come spesso accade in circostanze simili, si è diffuso un comprensibile allarme che ha spinto alcuni cittadini a una vera e propria caccia agli antibiotici, la Asl ha voluto fare chiarezza per placare gli animi e prevenire inutili psicosi. L’ente ha infatti ribadito che il batterio, nella fattispecie il meningococco, non sopravvive nell’ambiente e che non vi è alcun pericolo di contagio dopo la morte del paziente, nemmeno in occasione dell’ultimo saluto in camera mortuaria, ferma restando l’adozione delle ordinarie cautele da parte degli addetti ai lavori. Il panico, talvolta alimentato dalla mancanza di informazioni precise, può portare a comportamenti irrazionali, ma i professionisti del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica hanno già provveduto a identificare e contattare i cosiddetti “contatti stretti”, ovvero i familiari conviventi e tutte quelle persone che hanno intrattenuto rapporti ravvicinati e prolungati con il sessantenne nei sette-dieci giorni antecedenti l’esordio dei sintomi, che rappresentano la finestra temporale utile per la trasmissione.
La definizione di contatto stretto e la sorveglianza sanitaria
Proprio sul concetto di “contatto stretto” si gioca gran parte della strategia preventiva messa in campo dalla Asl, un aspetto cruciale che determina chi debba effettivamente sottoporsi alla chemioprofilassi antibiotica. Non rientrano in questa categoria, lo hanno tenuto a sottolineare i sanitari, coloro che hanno incrociato il paziente in modo fugace o che hanno condiviso con lui solo pochi minuti in un ambiente aperto; per la trasmissione del meningococco è necessaria una vicinanza prolungata, superiore alle poche ore, come quella che si verifica tra i membri dello stesso nucleo familiare o, al limite, in ambienti particolarmente affollati e poco areati. Per tutti gli altri, per i quali il rischio è considerato prossimo allo zero, non è prevista alcuna profilassi ma al massimo una sorveglianza sanitaria, che consiste nel monitoraggio attento di eventuali sintomi come febbre alta, rigidità nucale o mal di testa devastante, sintomi che, se dovessero comparire, imporrebbero un ricorso immediato alle cure mediche.
La dinamica dei soccorsi e il decorso fulminante della malattia
La vicenda di Marcello Compagnoni riporta tragicamente alla luce la violenza con cui la meningite fulminante è in grado di progredire, vanificando in poche ore anche i tentativi di soccorso più tempestivi. L’arrivo in ospedale, avvenuto intorno alle tredici, lasciava forse intravedere un margine di speranza, ma il quadro clinico, complici probabilmente i sintomi iniziali ingannevoli che avevano fatto propendere per una polmonite, è rapidamente degenerato in uno shock settico e in un collasso cardiocircolatorio da cui non è stato più possibile risalire. I medici del pronto soccorso di Sant’Omero, non appena la situazione è apparsa chiara nella sua drammatica evoluzione, hanno potuto fare ben poco se non constatare il decesso avvenuto alle sedici e cinquanta, un orario che segna la fine di una lotta impari tra un organismo e un’infezione batterica che, quando assume i connotati della fulminanza, non concede tregua e non lascia scampo, nemmeno a chi, come in questo caso, viene rapidamente preso in carico dalla struttura sanitaria.




