Milano, i cerchi sospesi e il grido silenzioso per la tregua
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Redazione Sport
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La maestosità dei cinque cerchi, sospesi nell’aria del palcoscenico di San Siro, ha riempito gli occhi di chi, in tribuna o davanti a uno schermo, ha seguito la cerimonia d’apertura. Metafore visive geniali, create da Marco Balich, che parlavano di armonia universale, un linguaggio che la musica, si sa, amplifica fino a far tornare bambini. Eppure, mentre la coreografia celebrava un ideale, il mondo reale che circonda questi Giochi Invernali restituisce un’immagine diametralmente opposta, fatta di conflitti che non accennano a placarsi e di una pace che, come ha osservato il presidente Sergio Mattarella a Milano, va perseguita “con ostinata determinazione”. Una determinazione che sembra sgretolarsi giorno dopo giorno, mentre i simboli rischiano di rimanere muti se non vengono strappati dalla narrazione mitica che li avvolge.
La tregua, da Sarajevo al presente
Proprio la cosiddetta tregua olimpica, diventata ormai una frase di rito pronunciata al cospetto della fiamma, ha una storia che ne rivela l’urgenza attuale, ben lontana dall’essere una semplice tradizione. La sua versione moderna, infatti, nacque nel 1993, in piena guerra nei Balcani, quando Sarajevo – città che aveva ospitato le Olimpiadi invernali – si trovava sotto l’assedio di cecchini e artiglierie. Quel riferimento storico, oggi, suona come un monito particolarmente amaro, un promemoria di come lo sport e la guerra possano intrecciarsi in modo drammatico. Riformulare quel concetto, toglierlo dall’alone del mito per ancorarlo alla concretezza della diplomazia, è l’unico modo per fargli riacquistare un valore che vada oltre la ritualità.
Lo specchio di un pianeta in conflitto
Ci si può illudere che quei cerchi ispirino qualcosa di diverso in chi ha il potere di cambiare le cose? La domanda, per quanto carica di un’aspettativa morale che alcuni potrebbero giudicare ingenua, è legittima. Le Olimpiadi smettono così di essere un semplice evento sportivo e tornano ad essere ciò che sono sempre state nei momenti cruciali: uno specchio. Uno specchio che riflette l’instabilità globale, dove la pace arretra sistematicamente, ovunque, e dove i Giochi stessi diventano un microcosmo delle tensioni internazionali. In questo contesto, il messaggio lanciato dall’arcivescovo Mario Delpini, che in un videomessaggio ha detto “benvenuto mondo a Milano” esortando a fermare le strumentalizzazioni, e la lettera firmata da Papa Leone XIV, assumono un significato che travalica il religioso per farsi appello umanitario universale.
Il peso delle parole oltre il simbolo
Le parole del Pontefice e del vescovo, concentrate sul valore unificante dello sport, risuonano in un’arena già satura di retorica, ma cercano di scavare un solco più profondo. Non si tratta, per loro, di celebrare un’astratta fratellanza, bensì di indicare una strada concreta contro la divisione, un tema che tocca da vicino anche le cronache di nera che troppo spesso vedono lo sport sullo sfondo di tragedie e faide. Senza scendere in dettagli espliciti, sono le inchieste giudiziarie a ricordarci periodicamente come gli ambienti sportivi possano essere contaminati da interessi illeciti e violenza, rendendo ancora più necessario un richiamo ai principi originari. Il messaggio, quindi, per essere credibile, deve confrontarsi con tutta la complessità del reale, accettando che i cerchi olimpici, da soli, non bastano a fermare il mondo che gira, come spesso accade, nel senso sbagliato.




