Milan-Atalanta 2-3, la Sud abbandona San Siro: fischi e contestazione per Leao e la società
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Redazione Sport
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Si è chiusa con il punteggio di 2-3 per l’Atalanta l’ultima, umiliante fatica del Milan sul proprio terreno, una sconfitta – l’ennesima di una stagione ormai segnata – che rischia di compromettere in maniera definitiva la rincorsa a un posto in Champions League. La partita, iniziata con un buon approccio dei rossoneri (Rabiot colpisce subito il palo), è precipitata rapidamente nel baratro a causa di una difesa immobile e, ormai, rassegnata: prima Ederson, poi Zappacosta approfittano di amnesie collettive per firmare il doppio vantaggio ospite prima della mezz’ora. A nulla è servito il tentativo di scosso finale, culminato con un gol di Pavlovic e la trasformazione di un rigore da parte di Nkunku nel recupero; la sfortunata deviazione di Gabbia, che ha sfiorato il palo con la spalla a un passo dal pareggio, ha solo aggiunto sale a una ferita già profonda.
La Sud dice basta, il silenzio freddo della protesta
Il momento più drammatico della serata, tuttavia, non è arrivato al triplice fischio, bensì al minuto 53 del secondo tempo. Dopo la rete di Raspadori – un destro chirurgico all’incrocio che ha fissato il parziale sullo 0-3 – la Curva Sud ha inscenato una delle proteste più dure degli ultimi anni: l’abbandono rapido e massiccio della tribuna, lasciando il settore vuoto e spettrale per tutto il resto della gara. Questa azione di distacco fisico, che segue la contestazione iniziata già prima del fischio d’inizio con striscioni e cori contro l’amministratore delegato, ha trasformato San Siro in un luogo gelido. La contestazione non si è limitata ai vertici societari, rappresentati dal designato “Giorgio Furlani out” apparso sui display dei cellulari, ma si è abbattuta violentemente anche sulla squadra, colpevole agli occhi dei tifosi di aver tradito la maglia con prestazioni indegne.
Leao bersaglio dei fischi, l’addio tra i fischi assordanti
In questo clima di aperta ostilità, l’emblema della delusione rossonera ha assunto le sembianze di Rafael Leao. L’attaccante portoghese, apparso ancora una volta svagato e poco incisivo nonostante qualche spunto iniziale sulla fascia, è stato il capro espiatorio perfetto di questa ennesima débâcle. Al momento della sostituzione nella ripresa – decisa da Massimiliano Allegri insieme ai cambi di Gimenez e De Winter – i 73mila presenti (quelli rimasti) hanno sommerso il giocatore con una pioggia di fischi assordanti, accompagnandolo verso la panchina tra il disprezzo generale. Un trattamento durissimo che testimonia la rottura totale tra l’ambiente e alcuni senatori dello spogliatoio. La prestazione opaca di Leao, condita anche da un’ammonizione che gli costerà la squalifica nel prossimo turno, ha rappresentato lo specchio fedele di un Milan senza anima, spento e remissivo.
Un finale di fuoco non cancella la vergogna
Il finale di gara ha regalato qualche brivido ai pochi rimasti a sostenere la squadra: la rete di Pavlovic su punizione e il penalty trasformato da Nkunku hanno riaperto per un istante un confronto che sembrava chiuso, ma la disperata ricerca del pari si è infranta sulla traversa del recupero. L’Atalanta, ormai qualificata in Europa e guidata in panchina da Raffaele Palladino, ha gestito senza affanni il forcing finale di un Milan troppo nervoso e confusionario per essere credibile. I cartellini gialli rimediati da Estupinan e Saelemaekers – questi ultimi anch’essi squalificati per la prossima gara – hanno aggiunto ulteriore beffa al danno. Se il destino per la qualificazione alla massima competizione europea è ancora matematicamente nelle mani dei rossoneri, la prestazione vista stasera suggerisce che, con questa fame e questa confusione, la rincorsa è destinata a concludersi malamente.




