Trump a Hamas: disarmo o Israele riprende l'offensiva
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Redazione Esteri
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Un'incessante tosse, una bronchite che gli impedisce di parlare e costringe i giudici a un rinvio: l'ultima udienza del processo a Benjamin Netanyahu per corruzione, iniziato a maggio del 2020, si è conclusa in anticipo, un episodio di cronaca minore che ha però scatenato il risentimento dei familiari degli ostaggi, i quali si sono chiesti, con amarezza, come mai il premier, affetto da un raffreddore persistente, abbia potuto visitare degli ex prigionieri dal sistema immunitario indebolito, esponendoli a un rischio potenziale.
Il nodo della restituzione dei corpi
Sullo sfondo di questa vicenda personale, prosegue la delicata e tesa trattativa per la restituzione delle salme degli ostaggi deceduti a Gaza, un punto cruciale su cui Israele mantiene una posizione di assoluta intransigenza. Hamas, da parte sua, ha finora consegnato sette dei ventotto corpi complessivi, preparandosi ieri a restituirne altri cinque, ma avanza la giustificazione di aver bisogno di attrezzature speciali per localizzarli e recuperarli, trovandosene alcuni in zone di difficile accesso. I palestinesi, del resto, non sanno ancora quantificare con precisione il loro numero di vittime, mentre Israele reclama con fermezza i propri morti, un processo che procede a rilento nonostante i precedenti avvertimenti ricevuti da israeliani e americani sulle oggettive difficoltà.
L'avvertimento dalla Casa Bianca
A rompere gli indugi è intervenuto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha lanciato un ultimatum molto chiaro ai militanti di Hamas: rispettare integralmente e nei tempi pattuiti gli accordi di tregua, che includono il disarmo, oppure dare il via libera a Israele per la ripresa delle operazioni militari nella Striscia. La tregua, ha fatto sapere Trump, si regge su un filo sottilissimo, quello della piena applicazione di quanto sottoscritto, e non ammette deroghe; un messaggio perentorio che non lascia spazio a interpretazioni, minacciando esplicitamente un ritorno ai combattimenti qualora gli impegni non venissero onorati.
La chiusura di Rafah e la tregua in bilico
A complicare ulteriormente il già precario quadro, il valico di Rafah, tra Gaza e il Sinai egiziano, è rimasto chiuso per il secondo giorno consecutivo, una misura decisa dalle autorità israeliane in risposta al mancato rispetto, da parte di Hamas, dell'impegno sulla riconsegna di tutti i corpi. Questa chiusura ha di fatto bloccato l'ingresso degli aiuti umanitari, previsto dall'accordo di cessate il fuoco, aggiungendo un ulteriore elemento di pressione su una popolazione già stremata e tenendo la tregua in un pericoloso e instabile equilibrio.




