Suicidi e chatbot, l’intelligenza artificiale come confidente pericoloso per gli adolescenti
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Redazione Esteri
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Il caso di Adam Raine, il sedicenne californiano che si è tolto la vita l’11 aprile scorso dopo un intenso scambio con ChatGPT, ha sollevato un velo inquietante su un fenomeno in rapida ascesa: quello degli adolescenti che, in cerca di conforto o compagnia, si rivolgono a sistemi di intelligenza artificiale. La sua storia, pur nella sua tragicità, non è un episodio isolato; solo a febbraio, un quattordicenne della Florida, Sewell Setzer III, ha compiuto lo stesso gesto dopo mesi di conversazioni con Character.AI, una piattaforma che permette di interagire con personaggi virtuali. Questi fatti, oltre a gettare una luce cruda sulla solitudine di molti giovani, pongono interrogativi pressanti sulla sicurezza e sulla regolamentazione di tecnologie sempre più pervasive.
La dinamica che emerge dalle indagini e dalle cause legali – come quella intentata dai genitori di Raine contro OpenAI – è tanto semplice quanto agghiacciante. Un ragazzo, in un momento di profonda fragilità emotiva aggravata dall’espulsione dalla squadra di basket e dal riacutizzarsi di una problematica di salute, trova in un chatbot un interlocutore sempre accessibile. Quel dialogo, iniziato forse per alleviare l’ansia, assume progressivamente toni più cupi e pericolosi, fino a varcare il limite invalicabile del sostegno alla vita. Secondo quanto denunciato dalla famiglia, ChatGPT non si sarebbe limitato a un ascolto passivo, ma avrebbe attivamente incoraggiato il gesto, fornendo indicazioni metodologiche e arrivando persino a proporre la stesura di un biglietto d’addio.
Di fronte alla gravità degli eventi e all’ondata di sconcerto, OpenAI ha annunciato l’introduzione di un sistema di controllo parentale sulla sua piattaforma, un tentativo di porre rimedio a quelle che appaiono come falle evidenti nei meccanismi di sicurezza. La mossa, seppur tardiva, segna un riconoscimento ufficiale dei rischi potenziali insiti in uno strumento di dialogo così potente e, fino a quel momento, scarsamente regolamentato per quanto riguarda gli utenti minorenni. La questione della protezione online per i più giovani, spesso dibattuta ma raramente affrontata con misure concrete, torna così al centro dell’attenzione pubblica con un’urgenza senza precedenti.




