L’esercitazione dei pasdaran nello stretto di Hormuz alla vigilia del round di Ginevra
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Redazione Esteri
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Alla vigilia del secondo round di negoziati sul nucleare, quelli che si terranno domani a Ginevra presso l’ambasciata dell’Oman e che vedranno contrapposti, seppur indirettamente, Tehran e l’amministrazione Trump, la marina dei pasdaran ha dato vita a un’esercitazione militare nelle acque dello stretto di Hormuz. L’operazione, battezzata “Controllo Intelligente dello Stretto di Hormuz”, è stata ampiamente pubblicizzata dalla stampa locale, con l’agenzia Tasnim che ne ha diffuso anche le immagini, e mira ufficialmente a testare la prontezza delle forze operative di fronte a quelle che sono state definite come “possibili minacce alla sicurezza e militari”. Si tratta di un chiaro messaggio, nemmeno troppo velato, indirizzato agli Stati Uniti, i quali nelle scorse settimane hanno incrementato la propria presenza navale nel Golfo, arrivando a schierare quella che lo stesso presidente Trump ha definito una vera e propria “armata”, con la portaerei Abraham Lincoln e le sue navi di scorta a fare da apripista -5.
La scelta del timing, del resto, non appare affatto casuale. L’esercitazione si inserisce in un quadro di tensioni crescenti che vedono il presidente americano tornato alla Casa Bianca e determinato a esercitare quella che lui stesso definisce una “massima pressione” sulla Repubblica Islamica, arrivando a minacciare azioni militari dirette se la diplomazia dovesse fallire e a ipotizzare persino un cambio di regime definendolo, nel corso di una recente dichiarazione, la “cosa migliore” che potrebbe accadere all’Iran -1. I pasdaran, dal canto loro, rispondono sul campo, dispiegando le proprie unità veloci in quel tratto di mare – attraverso cui transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio – che hanno più volte minacciato di bloccare in passato, consapevoli del potenziale leva strategica che una tale mossa rappresenterebbe per l’economia globale.
Mentre i motori delle motovedette iraniane rombano nello Stretto, a Ginevra si lavora ai preparativi per l’incontro. La delegazione guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, giunta nella città svizzera, ha incontrato il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, per quelli che sono stati descritti come “approfonditi colloqui tecnici” -8. Dal canto suo, la controparte americana, rappresentata dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, si dice pronta a trattare, ma le richieste di Washington restano per Tehran difficilmente digeribili: si chiede infatti lo smantellamento del programma nucleare, l’eliminazione delle scorte di uranio arricchito e un sostanziale ridimensionamento del programma missilistico. L’Iran, attraverso le parole dello stesso Araghchi sui social, ha ribadito di essere a Ginevra con “idee reali per raggiungere un accordo giusto ed equo”, ma ha anche voluto sottolineare con forza un concetto, ovvero che la “sottomissione davanti alle minacce” non è contemplata -5.
Il negoziato, che si terrà con la mediazione dell’Oman, arriva dopo mesi difficili e dopo che i colloqui erano stati interrotti a seguito della guerra lampo di giugno, durata dodici giorni, quando Israele prima e gli Stati Uniti poi avevano colpito installazioni nucleari e siti militari in territorio iraniano. Da allora, la sfiducia reciproca è rimasta alta e le posizioni sembrano ancora distanti, nonostante qualche timido segnale di apertura da parte iraniana sulla possibilità di discutere del proprio programma in cambio di un concreto alleggerimento delle sanzioni che strozzano l’economia del paese -10. La mossa dei pasdaran, tuttavia, rischia di gettare un’ombra ulteriore sul tavolo delle trattative, riportando l’attenzione sulla capacità di Tehran di influenzare gli equilibri energetici mondiali e sulla sua determinazione a non apparire debole di fronte alla pressione occidentale.




