La Romania affonda nel caos politico: cade il governo di Bolojan, l’alleanza (innaturale) tra socialisti e estrema destra affonda l’esecutivo
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Redazione Esteri
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Era nell’aria da quando i socialdemocratici avevano abbandonato il tavolo, ma nessuno si aspettava che il colpo di grazia arrivasse con una modalità tanto spettacolare quanto inquietante. Il parlamento di Bucarest ha ufficialmente affondato il governo guidato da Ilie Bolojan, spazzando via in un sol colpo dieci mesi di sacrifici, tagli lineari e riforme europeiste. A sancire la fine di questa esperienza politica non è stata una normale crisi di maggioranza, bensì una mozione di sfiducia che ha ottenuto 281 voti favorevoli, una cifra bulgara che supera abbondantemente la soglia necessaria di 233. A costruire questo strapotere numerico sono state due forze che sulla carta non hanno quasi nulla in comune: il Partito Social Democratico (Psd) e l’Alleanza per l’unità dei romeni (Aur), il movimento di estrema destra che guarda a Mosca con simpatia.
L’alleanza del paradosso e la resa dei conti sui conti
La mossa che ha fatto crollare l’esecutivo è figlia del malcontento sociale e, in particolare, delle misure draconiane imposte da Bolojan per tappare il buco del deficit, un’emergenza che vede la Romania tra i fanalini di coda dell’Unione Europea. Spinto dalla necessità di recuperare miliardi di fondi europei, il premier liberale aveva messo mano a una manovra di austerità che non solo ha gelato stipendi e pensioni, ma ha anche alzato l’Iva, scatenando l’ira delle razioni e della piazza. Per i socialdemocratici, rimasti intrappolati in una gabbia politica, l’equazione era semplice: restare al fianco di Bolojan avrebbe significato subire il tracollo elettorale, consegnando i propri elettori (quelli dei ceti popolari e dei pensionati) nelle mani urlanti dell’estrema destra di George Simion.
Così, prima hanno ritirato i ministri dalla compagine quadripartita, costringendo l’esecutivo a una lenta agonia, poi hanno stretto quel patto innaturale con l’Aur. Nella loro mozione, che loro stessi hanno definito un’operazione “salva democrazia” (un termine, quest’ultimo, decisamente opinabile visto il contesto), i firmatari hanno accusato Bolojan di voler “svendere il patrimonio nazionale” e di perseguire una politica di “distruzione dell’economia”. Al di là della retorica infiammata, la verità è che il premier ha perso la partita sul fronte più delicato: la credibilità fiscale. I mercati, per nulla rassicurati dalla piega degli eventi, hanno già registrato il crollo storico del leu rumeno nei confronti dell’euro, un segnale inequivocabile della fragilità del sistema.
Un voto storico che blocca la macchina statale
Il voto di martedì rappresenta un record negativo per la storia politica del paese: mai una sfiducia aveva raccolto un numero così alto di consensi, toccando quota 281 preferenze. Mentre i parlamentari del Partito Nazional Liberale (Pnl) e dei loro alleati minori rimanevano seduti e in silenzio (o si astenevano ufficialmente), nell’aula riecheggiavano gli applausi di chi considerava la giornata come una liberazione dalle gabbie dell’austerità. Ma la domanda, ora, è una sola: chi governa? L’intesa sigillata tra Psd e Aur era un patto di scopo, finalizzato esclusivamente alla demolizione del nemico comune, privo di qualsiasi programma per il futuro.
Le dichiarazioni arrivate subito dopo lo scrutinio confermano questa fragilità. I leader socialdemocratici hanno già escluso categoricamente la possibilità di formare un esecutivo con i sovranisti, mentre il presidente Nicusor Dan, reduce da una vittoria elettorale su piattaforma filoeuropea, ha fatto intendere che non darà l’incarico a chi flirti con gli estremismi. Il risultato è una paralisi quasi totale: da un lato, chi ha fatto cadere il governo non ha i numeri per governare senza i liberali; dall’altro, i liberali non intendono più condividere il potere con chi li ha traditi tessendo una trama segreta con l’opposizione radicale.
Palazzo e piazza: la resa dei conti sul Pnrr
A pagare il conto di questa instabilità sarà inevitabilmente il bilancio dello Stato e, in ultima analisi, le casse dei cittadini. La Romania si trova a dover gestire un deficit colossale e una reputazione internazionale che vacilla pericolosamente. Il rischio concreto, paventato più volte da Bolojan durante la campagna per la sua sopravvivenza, è che i fondi del Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza) subiscano un blocco o un ritardo, con conseguenze disastrose per un’economia già in stagnazione. Se i giochi politici dovessero durare a lungo, portando a un empasse settimanale, il presidente Dan potrebbe essere costretto a esplorare strade inedite per il paese, come la formazione di un governo tecnico o una rincorsa contro il tempo per raccogliere i cocci di una maggioranza andata in frantumi.
Intanto, in assenza di una direzione chiara, la paura di un ritorno al voto anticipato serpeggia tra i palazzi, anche se gli equilibri attuali suggeriscono che nessuna forza in campo, forse a eccezione dell’Aur, abbia un reale interesse a tornare subito a chiedere il favore delle urne. Quel che resta, per ora, è un vuoto di potere che rischia di risucchiare le residue certezze politiche di un paese strategico per l’Alleanza Atlantica e cerniera per l’Ucraina vicina.




