“Nata nell’acqua sporca” di Giuliana Vitali nella corsa allo Strega: un esordio che rischia e guarda ai nativi digitali
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Roma, 3 marzo – C’è un’operazione letteraria che il critico Marco Debenedetti, nella motivazione di proposta al Premio Strega 2026, non esita a definire rischiosa, e lo è nel senso più nobile del termine: accostare, infatti, la tradizione più alta della nostra narrativa all’immaginario, ai codici e alla sensibilità dei ragazzi nati dopo il duemila. Si tratta di “Nata nell’acqua sporca”, l’opera prima di Giuliana Vitali pubblicata da Giulio Perrone Editore, che entra così nel novero delle 79 proposte ufficiali per l’ottantesima edizione del più ambito riconoscimento letterario italiano, la cui finale si terrà l’8 luglio in una cornice inedita e solenne come piazza del Campidoglio a Roma.
La storia messa a punto dalla Vitali, giornalista e condirettrice della rivista Achab, è quella di Sara, una giovane donna cresciuta a Napoli ai margini di affetti familiari tanto ingombranti quanto assenti – un padre imprenditore emigrato in Albania e una madre giornalista emotivamente distante – e che cerca la propria strada in un vortice di eccessi e smarrimento. La città partenopea che fa da sfondo, una Napoli notturna e popolata di esclusi, diventa nella scrittura della Vitali qualcosa di più di una semplice ambientazione geografica: si trasforma in uno spazio universale, quasi mitologico, dove le contraddizioni e le ferite diventano lo specchio di un disagio generazionale profondo e riconoscibile.
La candidatura allo Strega, peraltro, arriva dopo un avvio promettente per il romanzo, che era già stato finalista al premio Nabokov nel 2025 e aveva ottenuto una menzione al Premio Fiesole, segno di una scrittura che non passa inosservata. Nelle pieghe del racconto, che si avvale della prefazione di Silvio Perrella, si muovono tematiche forti come la tossicodipendenza, il vuoto emotivo e la ricerca di un’identità in un presente precario, raccontate con una lingua che, come ha osservato la scrittrice Simona Baldelli, non ha nulla di artefatto.
Diciannovemila pagine da leggere entro aprile e la sfida delle piccole case editrici
Se da un lato il lavoro del comitato direttivo – composto da personalità come Dacia Maraini, Paolo Giordano e Melania Mazzucco – sarà quello di destreggiarsi tra le proposte per selezionare la dozzina che verrà annunciata il primo aprile, dall’altro lato il dato puramente numerico offre già uno spaccato interessante sullo stato di salute del premio. Con 79 titoli in lizza, quest’anno si registra un lieve calo rispetto ai record degli ultimi anni – si era arrivati a 82 nel 2024 e 81 nel 2025 – ma il lavoro per i giurati resta titanico: si parla di circa 19mila pagine complessive da valutare in poche settimane. Tra le opere segnalate spiccano i nomi di autori affermati come Edith Bruck, Mauro Covacich, Bianca Pitzorno e Teresa Ciabatti, ma la vera ricchezza, come sempre, è rappresentata dalla varietà delle voci e dalla presenza massiccia di editori medio-piccoli.
In questo panorama, spicca la presenza di un’altra casa editrice di nicchia, le edizioni Effigi di Arcidosso, che vede il proprio lavoro proiettato sotto i riflettori nazionali grazie alla proposta di “Il giardino chiuso” di Lodovica San Guedoro, avanzata dal professor Marcello Rotili. Un riconoscimento, quest’ultimo, che sottolinea come il prestigio del premio passi anche attraverso la capacità di portare alla luce storie intense e visionarie come quella della San Guedoro, che intreccia Roma, la memoria e il mistero di un amore incompiuto. Per la Vitali, che ha dichiarato di vivere la candidatura con gratitudine e cautela, la vera sfida sarà quella di farsi spazio tra questi giganti, confidando nella lentezza che la letteratura richiede per lasciare traccia, per essere un “urto” necessario in un’epoca di omologazione.




