Sgominato nel teramano un gruppo di estrema destra che pianificava raid punitivi contro immigrati e rom: quattro arresti
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Redazione Interno
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L'operazione, condotta nelle prime ore di oggi, mercoledì 11 marzo, dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Teramo con il supporto dei colleghi della Compagnia di Pesaro, ha portato all'esecuzione di otto misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Teramo. Quattro di queste, nello specifico, sono ordinanze di custodia cautelare: un soggetto è finito in carcere, mentre per altri tre sono scattati gli arresti domiciliari. Il dispositivo dell'autorità giudiziaria ha inoltre disposto per altre quattro persone l'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. L'inchiesta, che conta complessivamente diciassette indagati, ha permesso di disarticolare una rete di militanti di estrema destra, un gruppo che si autodefiniva "Gioventù fascista rosetana" o "Roseto youth", attivo tra la provincia di Teramo e quella di Pesaro e Urbino. A questi soggetti vengono contestati, a vario Titolo e in concorso tra loro, i reati di istigazione a delinquere aggravata dalla discriminazione razziale, etnica e religiosa, lesioni personali aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento seguito da incendio, porto abusivo di armi e violazione delle prescrizioni del Daspo.
Dall'aggressione alle forze dell'ordine alla scoperta del sodalizio
Il filo conduttore che ha portato alla luce l'organigramma e le intenzioni del gruppo è stato un episodio di violenza consumato la sera dell'8 ottobre 2025. Al termine dell'incontro di basket tra Roseto e Pesaro, un gruppo di ultras a volto coperto, come emerso dalle indagini coordinate dal pubblico ministero Enrica Medori, diede vita a un assalto premeditato contro le forze dell'ordine. Nei pressi del palazzetto dello sport, gli aggressori, armati di mazze e pietre che avevano nascosto nelle vicinanze, presero di mira tre gazzelle dell'Arma, danneggiandole gravemente. Fu proprio l'analisi dei telefoni cellulari sequestrati in seguito a quegli scontri a consentire agli investigatori di fare un salto di qualità, svelando un retroterra ben più ampio e strutturato della semplice violenza da stadio. Le chat, denominate "Youth rosetana", rivelarono l'esistenza di un sodalizio coeso, ispirato a una chiara simbologia neofascista e dedito alla pianificazione di azioni violente mirate contro la popolazione immigrata e le minoranze.
Pestaggi mirati e attacchi al centro di accoglienza
Il quadro investigativo, come illustrato nel corso della conferenza stampa dal colonnello Massimo Corradetti, ha permesso di ricondurre al gruppo almeno cinque distinti assalti con sassaiole contro il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) "Felicioni" di Roseto degli Abruzzi. Ma l'azione del sodalizio non si limitava agli atti vandalici contro la struttura: gli inquirenti hanno documentato e contestato una serie di vere e proprie spedizioni punitive per le vie della città. L'ultima, in ordine di tempo, risalirebbe allo scorso gennaio. In quell'occasione, e l'aggravante della discriminazione razziale rende il fatto ancora più grave, un gruppo di una ventina di persone, di cui cinque già identificati tra gli odierni indagati di età compresa tra i 20 e i 36 anni, avrebbe aggredito alcuni cittadini di origini bengalesi. Le indagini, rese complesse dal timore di ritorsioni che ha frenato le vittime, spesso ospiti del Cas, dal presentare denuncia, si sono avvalse anche delle immagini degli impianti di videosorveglianza, fondamentali per ricostruire la dinamica degli episodi e risalire agli autori.
Simboli, chat e pianificazione: la struttura del gruppo
Oltre alla ricostruzione degli episodi violenti, l'attività di indagine ha portato alla luce il sostrato ideologico e organizzativo che teneva insieme gli indagati. Dai sequeri effettuati dai carabinieri, coadiuvati da unità cinofile e da un elicottero per le fasi di perquisizione, è emersa la detenzione di materiale inequivocabile: striscioni con chiari riferimenti al fascismo, fotografie e gadget hitleriani. Le chat virtuali, dove i partecipanti si scambiavano messaggi di chiara matrice razzista e inneggiavano alle imprese criminali, costituivano la piazza virtuale dove venivano pianificate le aggressioni, un elemento questo che ha consentito alla procura di configurare il reato associativo e di istigazione a delinquere. Un vaso di Pandora, è stato definito dagli investigatori, quello scoperchiato dall'analisi dei dispositivi, che ha rivelato come la violenza, da episodica, fosse progettata e condivisa all'interno di un contesto organizzato.




