Il vertice Nato di Ankara e il caso dei voli dalle basi italiane: l'incognita Trump e le tensioni nell'Alleanza
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Redazione Esteri
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Mentre l'Europa si prepara ad assumersi maggiori responsabilità nel campo della difesa e del riarmo, su richiesta degli Stati Uniti, le tensioni tra Washington e i suoi alleati europei non accennano a placarsi. L'avvicinarsi del vertice Nato di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio, è stato finora caratterizzato da un acceso scambio di dichiarazioni che mettono in luce il difficile momento che attraversa l'Alleanza Atlantica.
Il caso dei voli dalle basi italiane
Il dibattito si è acceso in seguito alle dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, che in un'intervista a Fox News aveva parlato di un imponente supporto logistico alle operazioni statunitensi contro l'Iran. Rutte aveva citato esplicitamente l'Italia, affermando che circa 500 aerei americani erano decollati dalle basi italiane nell'ambito dell'operazione 'Epic Fury'. Una cifra che, a suo dire, dimostrava l'entità del contributo europeo, sebbene il presidente Trump si fosse detto "deluso" dal mancato appoggio bellico diretto.
Le parole del segretario generale hanno immediatamente innescato una reazione a catena a Roma. Il ministero della Difesa ha prontamente smentito ogni coinvolgimento in attività operative, parlando di "ricostruzione totalmente fallace" e chiarendo che l'Italia ha autorizzato esclusivamente "attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche". Una distinzione fondamentale che il governo italiano ha ribadito in ogni sede, sottolineando come le operazioni autorizzate fossero perfettamente in linea con i trattati internazionali e gli accordi bilaterali che regolano l'uso delle basi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha aggiunto che Rutte, nella sua "entusiastica ricostruzione", avrebbe confuso la tipologia dei voli autorizzati, un errore che lo stesso segretario avrebbe poi corretto. "Se avessimo partecipato al conflitto in Iran", ha osservato la premier, "non si spiegherebbe questa delusione che viene reiterata molto spesso dal parte del Presidente americano".
La delusione di Trump
A rendere la vicenda più complessa è l'atteggiamento dell'amministrazione Trump. Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ribadito che il presidente è "molto deluso" dall'Italia e da altri Paesi europei per il mancato sostegno durante il conflitto con l'Iran, e ha anticipato che la questione verrà affrontata proprio in occasione del vertice di Ankara.
Secondo alcune analisi, le dichiarazioni di Rutte, che hanno contribuito ad alimentare le polemiche, potrebbero essere state un tentativo del Segretario generale Nato di portare dati concreti al tavolo con Trump per dimostrare l'impegno europeo e blandire il presidente americano, con l'obiettivo di scongiurare un fallimento del summit che metterebbe a rischio il futuro stesso dell'Alleanza.
La posizione italiana è esposta a un doppio fuoco di fuoco: da un lato le critiche di Trump per un supporto giudicato insufficiente, dall'altro le accuse da parte dell'Iran, che ha parlato esplicitamente di "complicità" di Roma nell'aggressione. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva definito le parole di Rutte "inopportune e superflue", ha ribadito che le dichiarazioni rischiano di avere conseguenze serie sul piano internazionale, oltre che interno.
Un vertice cruciale per il futuro dell'Alleanza
Il vertice di Ankara si preannuncia come un appuntamento cruciale per ridefinire gli equilibri all'interno della Nato. La cornice teorica di una "Nato 3.0", in cui l'Europa si assume il ruolo di primo risponditore per la propria sicurezza mentre Washington si riserva la deterrenza estesa e un rinforzo selettivo, sembra diventare una linea politica già operativa. Un contesto che sta già producendo i suoi effetti, con il preannunciato ritiro di migliaia di militari dalla Germania e la minaccia di ridurre il contingente di caccia e navi militari in Europa.
Una dinamica che risponde a una logica più bilaterale che collettiva, dove il sostegno viene misurato in base alla fedeltà personale al presidente Trump, minando la prevedibilità strategica che è il vero valore aggiunto della deterrenza collettiva. In questo scenario, l'Italia si presenta al vertice con un incremento della spesa per la difesa che si attesta al 2,8% del PIL, un dato che, sebbene inferiore alle richieste più ambiziose di Trump, rappresenta un punto di partenza per la trattativa.
Il nodo centrale, però, rimane la capacità dell'Europa di sviluppare una reale autonomia strategica, un percorso impervio che si scontra con la frammentazione delle industrie belliche nazionali e la dipendenza dalla tecnologia statunitense.
Le pressioni su Ankara e i dossier aperti
Ankara, dal canto suo, si appresta a giocare un ruolo da protagonista. La scelta di ospitare il vertice, la seconda volta dopo il 2004, riflette l'importanza strategica della Turchia come crocevia tra Mar Nero, Mediterraneo orientale e Caucaso. Il presidente Erdogan arriva al tavolo con un'agenda propria, che include l'ampliamento del perimetro Nato al Golfo e alla Siria, e con la prospettiva di ottenere dagli Stati Uniti la reintegrazione nel programma degli aerei da combattimento F-35 e l'accesso a componenti chiave per il caccia indigeno turco Kaan.
Un'offerta che Trump sarebbe pronto a portare come ricompensa per la lealtà dimostrata da Ankara, che si è tenuta fuori dal conflitto con l'Iran. Un'altra frattura su cui il vertice sarà chiamato a mediare riguarda l'Ucraina e la proposta, avanzata da Rutte, di destinare lo 0,25% del PIL degli alleati in aiuti militari a Kyiv. La proposta è stata respinta da diversi Paesi tra cui Regno Unito, Francia, Spagna e Italia, mentre è stata sostenuta da Germania, Paesi baltici e scandinavi, evidenziando due visioni diverse dell'urgenza strategica.




