Vertice Nato ad Ankara, la difesa europea tra sfide e nuove alleanze
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Redazione Esteri
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Il vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio si è concluso con un rinnovato impegno per la difesa collettiva, ma ha messo in luce una realtà complessa che molti analisti definiscono ormai come una "Nato a due velocità". Da un lato, l'alleanza atlantica esce rafforzata nella sua unità di intenti, con il 76% degli italiani che si dichiara soddisfatto della riaffermazione dell'impegno comune alla difesa collettiva secondo un sondaggio Swg per Tg La7 condotto tra l'8 e il 10 luglio su un campione di 800 soggetti maggiorenni.
Dall'altro, emergono con chiarezza le divisioni strategiche su come interpretare la minaccia russa e su quali debbano essere le priorità future dell'organizzazione.
Le due anime del vertice di Ankara
Il summit nella capitale turca ha visto contrapposte due visioni dell'alleanza. Quella che ottiene maggiore eco politica e visibilità sui media sostiene che i russi rappresentino una minaccia imminente per l'Europa, con alcuni esponenti politici e militari che hanno ventilato scenari di un possibile attacco prima del 2030. Tuttavia, la realtà che emerge dai fatti e dalle dichiarazioni ufficiali è più sfumata. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha delineato i contorni di quella che ha definito "Nato 3. 0", un modello in cui l'Europa deve assumersi maggiori responsabilità nella difesa convenzionale del continente, continuando a usufruire della copertura nucleare di Washington. "In stretta collaborazione con gli Stati Uniti, gli alleati europei e il Canada stanno assumendo una maggiore responsabilità nella difesa convenzionale dell'Europa", ha dichiarato Rutte, sottolineando che l'attuale strutturazione della Nato non è più sostenibile poiché Washington sarà concentrata principalmente sull'Indo-Pacifico.
Gli impegni concreti del summit
Al centro del vertice di Ankara c'è stata la verifica dell'accordo siglato lo scorso anno all'Aia, che fissa l'obiettivo di portare la spesa per la difesa al 5% del Pil entro il 2035. Un traguardo impegnativo che il presidente statunitense Donald Trump continua a considerare con scetticismo, contestando la credibilità dei percorsi intrapresi da diversi Paesi europei. I numeri testimoniano tuttavia uno sforzo economico senza precedenti: tra il 2016 e il 2026 gli alleati europei e il Canada hanno incrementato gli investimenti militari di 1.
200 miliardi di dollari, con un'impennata del 20% (pari a 139 miliardi aggiuntivi) nel solo 2025. L'ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha definito il vertice una sorta di "pagella" sul percorso verso l'obiettivo del 5% e ha assicurato che Washington non intende abbandonare l'Europa, ma si aspetta che gli alleati assumano maggiori responsabilità.
Il sostegno all'Ucraina e il ruolo della Turchia
Il vertice di Ankara ha confermato un sostegno sostanzioso all'Ucraina, con un pacchetto di assistenza militare da 140 miliardi di euro in due anni, che include anche il prestito da 60 miliardi garantito dall'Unione Europea. Le risorse verranno spese dai Paesi europei e dal Canada per acquistare armamenti statunitensi attraverso l'iniziativa Purl della Nato. Parallelamente, la Turchia ha consolidato il proprio ruolo strategico all'interno dell'alleanza, come dimostra la scelta di Ankara come sede del vertice.
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ospitato i leader dei 32 Paesi membri nel palazzo presidenziale, in una cena ufficiale che ha preceduto la sessione plenaria di mercoledì. La Turchia controlla l'accesso al Mar Nero e rappresenta un ponte naturale tra Europa, Caucaso e Medio Oriente, oltre a essere ormai uno dei principali produttori dell'industria della difesa dell'alleanza.
L'opinione pubblica italiana e le sfide future
Il sondaggio Swg per Tg La7 ha evidenziato come il 76% degli italiani sia soddisfatto della riaffermazione dell'unità dell'alleanza atlantica, ma ha anche mostrato che il sostegno alla Nato è in calo rispetto al passato. Se un giorno si dovesse votare in un referendum per la permanenza o meno dell'Italia nell'alleanza, il 52% voterebbe per far restare l'Italia nella Nato, una percentuale in calo del 4% rispetto a rilevazioni precedenti, mentre il 25% vorrebbe l'Italia fuori.
Il dato riflette un orientamento più pacifista dell'opinione pubblica italiana, che secondo alcuni analisti è il frutto di due anni di conflitto ucraino e della percezione che l'aumento della spesa militare non abbia prodotto più sicurezza. La sfida per la Nato sarà quella di trasformare gli impegni politici in capacità operative concrete, evitando che l'aumento della spesa si traduca soltanto in inflazione dei costi. Come ha riassunto Rutte, il vertice di Ankara deve essere incentrato su tre parole: spesa, produzione e Ucraina.




