Francesca Albanese e le foto sulla copertina di Love: «Questione etica» per i marchi Loro Piana e Celine
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Redazione Interno
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Francesca Albanese ha ricevuto ieri sera la cittadinanza onoraria di Marzabotto. Un luogo simbolo «della resistenza all'oppressione come bene collettivo supremo, il più alto che una comunità possa custodire», ha detto sul palco la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Più che per il suo ruolo istituzionale, però, Albanese è finita in questi giorni al centro dell'attenzione per una serie di fotografie dove indossa brand che, in alcuni casi, entrano in contraddizione con le campagne portate avanti dalla galassia pro-pal.
La copertina di Love Magazine
La relatrice speciale dell'Onu posa per il nuovo numero di Love Magazine con capi di Loro Piana e Celine, due marchi segnalati da alcune piattaforme filo-Gaza che invitano a evitare acquisti da aziende considerate legate a Israele. Il servizio fotografico, curato da un team di direttori creativi e assistenti allo styling, ritrae Albanese con abiti firmati davanti a uno sfondo bianco oppure sul bagnasciuga. I nomi delle due maison sono taggati dalla stessa rivista nel post social di presentazione del numero, in edicola dal 5 ottobre al prezzo di 25 euro a copia.
I motivi delle segnalazioni
Entrambi i marchi appartengono al gruppo francese del lusso LVMH. Una precisazione è necessaria: LVMH non figura nella lista ufficiale dei bersagli prioritari del movimento BDS, che promuove boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni contro Israele. Loro Piana e Celine sono però segnalate su Boycat, piattaforma che collabora con il movimento e consente agli utenti di verificare i legami dei marchi con attività ritenute lesive dei diritti dei palestinesi.
Secondo quanto ricostruito, Boycat richiama l'investimento effettuato nel 2021 da Bernard Arnault e dal miliardario statunitense Howard Schultz nella società israeliana di sicurezza informatica Wiz, partecipando a un round di finanziamento da 120 milioni di dollari che portò la valutazione dell'azienda a 1,7 miliardi. È su questa base che la piattaforma segnala «problemi etici» per i due marchi.
Anche Gaza.nu invita a boicottare le due maison perché il proprietario investe in Israele. Un altro portale, The Boycott Directory, richiama invece l'operazione del 2022 con cui LVMH Luxury Ventures partecipò, insieme ad altre aziende, a un round da 90 milioni di dollari nella società israeliana Lusix, specializzata in diamanti coltivati in laboratorio. Il registro attribuisce a questi rapporti finanziari un significato di sostegno all'economia israeliana nel contesto dell'occupazione, rivolgendo al gruppo anche accuse sul terreno ambientale e dei diritti umani.
Il contesto del mandato
La questione assume un peso particolare se si considera il profilo della relatrice. Albanese, giurista specializzata in diritto internazionale e diritti umani, è stata nominata relatrice speciale nel maggio 2022 con un mandato triennale rinnovato nell'aprile 2025 per ulteriori tre anni. Nel giugno 2025 ha pubblicato un rapporto intitolato «Dall'economia di occupazione all'economia di genocidio», che evidenzia l'integrazione profonda tra l'industria bellica, il settore tecnologico, quello finanziario e accademico nelle dinamiche dell'occupazione.
Il documento individua imprese israeliane e multinazionali come fornitrici di strumenti, tecnologie e supporto logistico impiegati nelle operazioni militari e repressive contro la popolazione civile palestinese.
A seguito della pubblicazione di questo documento, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio ha annunciato l'imposizione di sanzioni contro Albanese, accusandola di «vergognosi sforzi per esercitare pressioni sulla Corte Penale Internazionale». Le misure prevedevano il divieto di ingresso negli Stati Uniti e un blocco finanziario totale.
Un tribunale federale di Washington ha sospeso cautelarmente le sanzioni nel maggio 2026, al considerarle una possibile restrizione inconstitzionale alla libertà di espressione, e successivamente le misure sono state revocate.
Le polemiche e il cortocircuito
Nel servizio di Love Magazine, Albanese compare in un'intervista in cui tra l'altro ricorda che uno dei modi per sminuire la sua persona e le sue denunce, oltre alla misoginia, è stato quello di farla passare come un'egocentrica, una vanitosa troppo attenta alla moda. «Dobbiamo restare uniti», dichiara Albanese a Love. «La Palestina ha finito per mostrare il valore del sumud, che rappresenta una grammatica dell'essere indigeni. Ed è un messaggio che parla a tutto e a tutti, ovunque, comprese le società occidentali, dove in molti vedono le proprie libertà fondamentali ridursi sempre più a causa del necrocapitalismo».
Il materiale riportato non chiarisce chi abbia scelto i capi né se la relatrice fosse a conoscenza delle segnalazioni. Non documenta neppure un suo impegno personale a boicottare le due maison. Resta una questione di coerenza pubblica per una figura che ha fatto della denuncia dei rapporti economici con Israele un terreno centrale del proprio mandato. In un incontro pubblico a Genova, Albanese aveva spiegato che boicottare, disinvestire e applicare sanzioni sono «le tre applicazioni pratiche del diritto internazionale».
«Non intervenire per interromperli, per quanto di propria competenza, significa essere complici», aveva detto.
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