Virus zombie preistorici in Siberia, il risveglio dei patogeni antichi nel permafrost che si scioglie
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Redazione Salute
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Il cambiamento climatico, con il suo inesorabile innalzamento delle temperature, sta producendo un effetto collaterale che evoca scenari tipici della fantascienza: lo scioglimento del permafrost siberiano sta riportando alla luce microrganismi rimasti intrappolati e ibernati per decine di migliaia di anni, e tra questi figurano virus antichi che, una volta tornati a contatto con un ambiente favorevole, potrebbero rivelarsi ancora in grado di infettare organismi viventi.
Quella che potrebbe sembrare la trama di un film horror è in realtà un'ipotesi scientifica che un numero crescente di ricerche sta dimostrando essere tutt'altro che campata in aria, tanto che i ricercatori hanno ormai coniato per questi patogeni preistorici il termine, efficace seppur improprio, di "virus zombie".
Il gigantesco freezer del permafrost
Il permafrost, lo strato di ghiaccio perennemente ghiacciato che ricopre vaste aree della Siberia e di altre regioni artiche, rappresenta una sorta di gigantesca banca del freddo naturale nella quale, grazie all'assenza di ossigeno e di luce e alle temperature costantemente sotto lo zero, materiale organico e microrganismi di ogni tipo sono rimasti conservati per millenni in uno stato di perfetta ibernazione.
Questo strato profondo, che in alcuni punti raggiunge spessori notevoli, ha intrappolato nel tempo non solo resti di animali preistorici ma anche virus e batteri risalenti a epoche lontanissime, come nel caso del Pandoravirus yedoma, un megavirus recuperato da un campione di ghiaccio siberiano datato a circa 48.500 anni fa.
Il riscaldamento globale, che sta agendo con particolare intensità nelle regioni polari, sta progressivamente assottigliando questa coltre protettiva, e il timore è che lo scongelamento possa liberare questi antichi inquilini, riportandoli in circolazione dopo un letargo durato secoli o addirittura millenni.
Megavirus preistorici e i rischi per l'uomo
La possibilità che questi virus antichi possano effettivamente costituire una minaccia per la salute umana non è una mera speculazione, come dimostrano alcuni studi che hanno già isolato e analizzato patogeni provenienti dal permafrost. Un gruppo di ricerca francese, guidato da scienziati delle università di Marsiglia e Aix-en-Provence, ha descritto 13 virus isolati da campioni di ghiaccio siberiano, appartenenti a cinque gruppi differenti e capaci di infettare organismi unicellulari come le amebe, anche se per fortuna non si sono rivelati pericolosi per forme di vita più complesse.
L'epidemiologo Gianni Rezza, docente straordinario di Igiene all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha spiegato che, sebbene questi specifici megavirus non rappresentino un pericolo per l'uomo, dal punto di vista scientifico non si può escludere del tutto che un virus ibernato possa, una volta tornato in condizioni vitali, replicarsi e infettare animali o anche l'essere umano, una possibilità la cui probabilità concreta, allo stato attuale delle conoscenze, nessuno è in grado di stimare con precisione.
Il precedente dell'antrace in Siberia
La minaccia non si limita ai soli virus, ma riguarda anche batteri che hanno già dimostrato in passato di poter causare danni seri alla popolazione quando vengono liberati dal ghiaccio. Nel 2016, una particolare ondata di calore in Siberia provocò lo scongelamento della carcassa di una renna morta decenni prima, e il rilascio delle spore di antrace in essa contenute ebbe conseguenze tragiche per la popolazione locale, culminate con la morte di un bambino.
Un episodio che ha dimostrato come lo scongelamento del permafrost possa avere effetti immediati e devastanti sulla salute pubblica, e che ha reso concreta la preoccupazione per altri patogeni attualmente ibernati e potenzialmente più pericolosi. Le ricerche sui patogeni conservati nel ghiaccio, come ha ricordato Rezza, hanno avuto impulso con gli studi sull'influenza spagnola, quando i ricercatori analizzarono i corpi congelati delle vittime per isolare il virus, sebbene in quel caso furono trovate solo sequenze di DNA e RNA e non l'agente patogeno intatto e vitale.
Una possibilità da studiare senza allarmismi
Sebbene il tema sia ancora circoscritto a ricerche di nicchia condotte da pochi gruppi di scienziati, la comunità scientifica ritiene che valga la pena di approfondire la questione, anche per essere preparati a eventuali scenari futuri. Rezza ha precisato che, se dovesse tornare vitale un virus che già circola, come il morbillo, la situazione sarebbe gestibile, mentre il pericolo maggiore sarebbe rappresentato da microrganismi aggressivi responsabili di epidemie passate, contro i quali l'organismo umano non è più attrezzato e la medicina potrebbe non avere risposte immediate.
In ogni caso, l'esperto ha invitato a non cadere nell'allarmismo, sottolineando che sarebbe irragionevole e irresponsabile affermare che lo scioglimento del permafrost metterà automaticamente in pericolo l'umanità, ma ha concluso che si tratta di un'ipotesi che va studiata con attenzione, perché, come ha detto lo stesso Rezza, "non è campata in aria".
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