Raid incrociati tra Stati Uniti e Iran, nel silenzio dei negoziati la tregua resta un miraggio
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Redazione Esteri
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Mentre tra Washington e Teheran continua la febbre dei negoziati, con una bozza di accordo che – come un testimone incandescente – fa la spola tra le due capitali grazie ai mediatori, il campo di battaglia torna a parlare il linguaggio inequivocabile delle esplosioni. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha confermato nelle scorse ore nuovi attacchi di autodifesa, descrivendoli come bombardamenti mirati: nel mirino sono finiti radar e siti di comando e controllo dei droni iraniani.
Una risposta, quella del Pentagono, resa necessaria dopo l’abbattimento di un drone statunitense – un MQ-1 che operava in acque internazionali – definito una chiara minaccia per le navi in transito nella regione. La tensione, insomma, non accenna a diminuire nonostante i proclami e le diplomazie parallele; e la tregua raggiunta all'inizio di aprile, vera e propria ancora di salvezza dopo i mesi più cruenti del conflitto, sembra poggiare su fondamenta di sabbia.
Le mani di Teheran e il contrattacco annunciato
La reazione iraniana non si è fatta attendere. È stata proprio la mattina del primo giugno che le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato ufficialmente di aver preso di mira una base logistica utilizzata dall’esercito statunitense. I dettagli forniti da Teheran, filtrati attraverso i media statali della Repubblica islamica, parlano di un attacco coordinato contro un centro nevralgico: quello da cui – secondo le stime dei militari iraniani – l’aviazione americana avrebbe diretto i raid contro il territorio nazionale.
Non è stato specificato quale base sia stata colpita, né l’entità dei danni causati, un alone di ambiguità che spesso avvolge queste reciproche dichiarazioni di guerra. Quel che è certo, e che trapela dai dispacci internazionali, è la fragilità di un equilibrio che tiene il fiato sospeso; tanto che in Kuwait, dove sorge una delle principali basi americane del Golfo, le sirene anti-aeree hanno cominciato a ululare mentre i sistemi di difesa intercettavano missili e droni in avvicinamento.
La guerra dei droni e il risiko degli arsenali sotterranei
L’escalation, che molti analisti definiscono una sorta di guerra per procura al contrario dove i contendenti si colpiscono direttamente, ha subito un’accelerazione nelle ultime settimane. Da una parte, gli Stati Uniti sostengono di aver eliminato postazioni di lancio e strutture di controllo fondamentali per la flotta di droni iraniani; dall’altra, fonti vicine all’intelligence e immagini satellitari raccontano di un Iran che ha rapidamente disseppellito i suoi arsenali missilistici nascosti in tunnel sotterranei.
Un gigantesco gioco a scacchi, dove i bombardamenti a tappeto contro gli ingressi dei tunnel – operati congiuntamente da americani e israeliani nel corso dei precedenti mesi di guerra – sono stati vanificati da ruspe e bulldozer. La capacità di lancio di Teheran, quindi, lungi dall’essere azzerata, potrebbe rivelarsi ancora temibile in caso di rottura definitiva del cessate il fuoco, con i razzi pronti a colpire non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture energetiche che sono il vero tallone d’Achille dell’economia globale.
Un negoziato sotto il fuoco incrociato della diplomazia
In questo contesto di fuoco incrociato, la trattativa per un accordo più strutturato procede a rilento e tra continui ripensamenti. Il presidente americano, che pure aveva accarezzato l’idea di un’intesa ormai “quasi finalizzata” appena sette giorni fa, avrebbe rispedito il testo al mittente chiedendo modifiche sostanziali. I nodi da sciogliere restano quelli di sempre: le clausole sullo smantellamento del programma nucleare, l’accesso allo Stretto di Hormuz – vitale per i flussi petroliferi – e la natura degli aiuti economici previsti per Teheran.
Dall’altra parte della barricata, il ministro degli Esteri iraniano ha invitato alla cautela, definendo “speculazioni” le voci di corridoio e ribadendo che finché non si raggiungerà un esito chiaro e definitivo, ogni dichiarazione è da prendere con le molle. Un clima di diffidenza reciproca, insomma, che rende ogni raid – anche quelli giustificati come “autodifesa” – una potenziale miccia pronta a far saltare il banco dei negoziatori.




