Sì alla direttiva Ue anticorruzione, l’ombra dell’infrazione si allunga sul governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Parlamento europeo, nella seduta di giovedì, ha dato il via libera definitivo alla nuova direttiva anticorruzione, un provvedimento atteso da tempo che mira a creare un quadro giuridico penale armonizzato in tutta l’Unione. Il testo, approvato a larghissima maggioranza con 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni, rappresenta un passaggio cruciale nella strategia comunitaria contro la corruzione, ma per l’Italia si traduce in un nuovo potenziale cortocircuito politico-giudiziario. A sollevare il nodo è la sostanza stessa della direttiva, che tra le fattispecie di reato da criminalizzare obbligatoriamente inserisce l’“esercizio illecito di funzioni pubbliche”, una definizione che, negli intenti di Bruxelles, ricalca di fatto i contorni dell’abuso d’ufficio, la norma che il governo Meloni aveva cancellato due anni fa con il ddl Nordio.

Il cuore della discordia, e della sorpresa mostrata da più parti, risiede nell’atteggiamento tenuto dai partiti di maggioranza in Aula. A differenza delle titubanze espresse in passato in sede di commissione, Fratelli d’Italia ha scelto di votare a favore del testo finale, un’apparente contraddizione rispetto alla linea politica interna che aveva portato all’abolizione dell’articolo 323 del codice penale. Brando Benifei, che in qualità di capogruppo del Pd nella scorsa legislatura aveva seguito l’inizio dell’iter del provvedimento, interpreta questo voto come un segnale di imbarazzo: «Capisco che non volevano votare contro un testo anticorruzione, soprattutto dopo quel che è successo in questi giorni», ha commentato l’eurodeputato, sottolineando come, a suo avviso, la direttiva finisca per “cancellare” la legge Nordio. L’unico voto italiano contrario alla direttiva è stato quello di Roberto Vannacci, un dato che evidenzia la difficoltà di tenere insieme la narrativa sovranista con l’adesione formale a standard giuridici europei percepiti come vincolanti.

L’obbligo di recepimento e le interpretazioni a confronto

La direttiva non è un regolamento, ma questo, più che attenuarne la portata, ne complica la gestione: trattandosi di una direttiva, Roma avrà libertà sulle modalità di recepimento, ma dovrà comunque adeguarsi al diritto dell’Unione entro ventiquattro mesi, termine oltre il quale si aprirebbe il rischio concreto di una procedura d’infrazione. La relatrice del Parlamento europeo, Raquel García Hermida-Van Der Walle, ha già chiarito il mandato interpretativo, sostenendo che l’Italia dovrà «obbligatoriamente reintrodurre come reato almeno due fattispecie, tra le più gravi, nell’ambito dell’abuso di ufficio». Una lettura, questa, che trasforma il voto favorevole del governo in una sorta di boomerang tecnico.

Sul versante opposto, gli esponenti di Fratelli d’Italia respingono con forza questa ricostruzione, definendola una «totale falsità». Alessandro Ciriani, fratello del ministro per i Rapporti con il Parlamento, sostiene che l’Italia dispone già di un «sistema articolato di reati contro la pubblica amministrazione» in grado di coprire le condotte richieste, citando le oltre diciassette fattispecie già esistenti, come la corruzione e la concussione, che renderebbero superfluo un ritorno al passato. Una tesi che trova un certo sostegno anche nel testo definitivo della direttiva, che concede agli Stati membri la facoltà di «limitare l’applicazione» della fattispecie a determinate categorie di funzionari pubblici, escludendone ad esempio i sindaci, che furono tra i principali sostenitori della cancellazione del reato.

La posizione della Consulta e il rischio concreto di una nuova procedura

A gettare acqua sul fuoco, o forse ad alimentare ulteriormente le tensioni, è intervenuto il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, il quale ha invitato la politica a «prendere atto di questa nuova legislazione europea». Un monito che non è passato inosservato, perché se la direttiva modifica il quadro normativo di riferimento, come suggerito dallo stesso Amoroso, la Consulta potrebbe essere chiamata nuovamente a verificare la compatibilità della legge italiana con gli obblighi comunitari, proprio come accaduto a maggio quando l’abrogazione del reato fu giudicata non incompatibile con la Convenzione Onu. Il contesto, però, oggi è diverso: esiste un obbligo giuridico preciso discendente da una fonte europea secondaria.

Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), ha accolto con favore l’approvazione della direttiva, definendola «un caposaldo di ciò che l’Europa vuole essere» e auspicando che il recepimento sia l’occasione per «colmare fin da subito alcuni dei vuoti di tutela che si sono aperti con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio». L’allarme lanciato da Busia riguarda la frammentarietà normativa che si è creata dopo l’abolizione del 2024, una lacuna che, secondo la relatrice García Hermida, Bruxelles ha inteso sanzionare con un mandato molto chiaro. A questo si aggiunge un precedente non trascurabile: l’Italia ha già sforato i termini per il recepimento di altre direttive, come quella sugli Abusi di mercato del 2016, finendo sotto procedura d’infrazione, un rischio che ora torna concretamente a profilarsi all’orizzonte.

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