L’Ue approva la direttiva anticorruzione, per l’Italia torna il reato di abuso d’ufficio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La macchina normativa di Strasburgo ha compiuto ieri un passo destinato a lasciare il segno nell’ordinamento italiano, con l’approvazione definitiva della direttiva europea che armonizza le fattispecie di corruzione tra i Ventisette. Il testo, che affonda le radici in una proposta della Commissione risalente al 3 maggio 2023, è stato licenziato dall’aula dopo un iter complesso: c’era stato un accordo provvisorio, poi il Consiglio aveva formalizzato il proprio via libera con una lettera lo scorso dicembre, impegnandosi ad accogliere la posizione del Parlamento europeo. Ora che la ratifica è arrivata, a larghissima maggioranza, i singoli Stati membri – compresa l’Italia – si trovano davanti all’obbligo di recepire un impianto di regole che, di fatto, riscrive i confini tra lecito e illecito penale.

Il nodo, per Roma, è immediatamente politico e giudiziario. Tra le fattispecie che Bruxelles impone di qualificare come reato, spicca infatti l’abuso d’ufficio, una figura che il governo di Giorgia Meloni aveva eliminato con il cosiddetto ddl Nordio, approvato nell’estate del 2024. Una scelta, quella del ministro della Giustizia, che all’epoca aveva suscitato un fronte compatto di opposizioni e che oggi, con il sigillo europeo, torna al centro del dibattito. La direttiva, insomma, non si limita a imporre standard minimi contro la corruzione: nella sostanza, ribalta una delle riforme più identitarie dell’esecutivo, reintroducendo una norma che i pubblici ufficiali italiani, da due anni a questa parte, non temevano più.

Le reazioni non si sono fatte attendere, almeno sui banchi dell’opposizione. Il Movimento 5 Stelle, attraverso una nota affidata al deputato Luca Franceschi, ha parlato apertamente di “settimana del riscatto per la Giustizia in Italia”, celebrando il provvedimento come un verdetto implicito sulle politiche del centrodestra. Per i pentastellati, la direttiva rappresenta un segnale che va in direzione opposta rispetto a quanto voluto dalla maggioranza fin dal suo insediamento: un’inversione di rotta che, nelle loro parole, assume i contorni di una correzione dall’alto.

Il contrasto con il ddl Nordio e la posizione del governo

A rendere il quadro particolarmente scivoloso per l’esecutivo è la tempistica. Il ddl Nordio, che aveva cancellato l’abuso d’ufficio, era stato uno dei primi banchi di prova della riforma della giustizia penale voluta dall’attuale maggioranza, presentato come uno strumento per frenare quella che veniva definita “paura della firma” da parte dei funzionari pubblici. L’impianto normativo europeo, al contrario, impone di sanzionare penalmente proprio quelle condotte che, nell’interpretazione italiana, erano state declassificate a mero illecito disciplinare o amministrativo. Un contrasto netto, che lascia il governo di fronte a un’alternativa obbligata: modificare la propria legislazione per adeguarsi al diritto dell’Unione, o avviare un contenzioso difficile da sostenere.

Carlo Nordio, il cui nome è rimasto legato a quella riforma, si trova ora esposto a un giudizio politico che in molti, a sinistra, definiscono impietoso. L’approvazione della direttiva, infatti, arriva mentre l’Italia è ancora alle prese con i rilievi europei su altre frontiere del diritto penale e mentre, sullo sfondo, si consumano le inchieste giudiziarie che periodicamente riaccendono i riflettori sui meccanismi di corruzione nei territori.

Il meccanismo di recepimento e le ricadute concrete

Il testo approvato ieri dal Parlamento europeo non ha efficacia immediata nell’ordinamento nazionale, ma impone un termine per il recepimento che gli Stati dovranno rispettare. Per l’Italia, questo significa che il Parlamento e il governo dovranno trovare una quadra: sarà necessario modificare il codice penale o le leggi speciali per adeguare le fattispecie esistenti a quelle previste dalla direttiva. In quel passaggio legislativo, inevitabilmente, il governo si troverà a dover gestire una maggioranza che su questo tema ha già mostrato sensibilità diverse, oltre a un’opposizione pronta a rivendicare la paternità del “rientro” dell’abuso d’ufficio.

Sul piano tecnico, la direttiva stabilisce che le fattispecie di corruzione debbano essere qualificate come reati in tutti i Paesi membri, con un livello di armonizzazione che riduce gli spazi di discrezionalità. L’abuso d’ufficio – che in altri ordinamenti europei non era mai stato depenalizzato con la stessa ampiezza – diventa così un parametro comune. Per gli inquirenti italiani, che negli ultimi anni avevano visto ridursi gli strumenti per contestare le condotte illecite della pubblica amministrazione, si riaprono prospettive operative che fino a ieri apparivano precluse.

La dimensione politica e il contesto internazionale

Il voto di Strasburgo assume un peso specifico ulteriore se letto nella cornice dei rapporti tra Roma e Bruxelles, spesso tesi proprio sui temi dello Stato di diritto. L’ampiezza della maggioranza che ha sostenuto la direttiva dimostra come su questo dossier, trasversale per definizione, il Parlamento europeo abbia voluto inviare un segnale chiaro. E se in Italia il dibattito si concentra sull’abuso d’ufficio, il provvedimento affronta in realtà un ventaglio più ampio di condotte corruttive, imponendo sanzioni penali minime e regole comuni per la prescrizione.

Negli stessi giorni, a livello internazionale, la scena politica è dominata dalla presidenza di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca dopo la vittoria alle elezioni, con il suo approccio spesso critico verso le istituzioni multilaterali. Un contesto, quello globale, che rende ancora più significativo il tentativo dell’Unione europea di consolidare un pilastro normativo autonomo e vincolante per gli Stati membri, senza attendere l’allineamento di altre grandi democrazie occidentali.

Per il governo italiano, che ha sempre rivendicato la propria autonomia in materia di riforme giudiziarie, l’approvazione di ieri rappresenta un elemento di frizione difficile da incassare. Il percorso di recepimento, che si annuncia complesso, diventerà presto il nuovo terreno di scontro tra maggioranza e opposizione, con l’abuso d’ufficio pronto a tornare – in aula e nelle aule di tribunale – a essere una variabile decisiva per l’equilibrio dei poteri.

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