Europa e giustizia, il fantasma dell’abuso d’ufficio torna a dividere la maggioranza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il colpo d’aria fredda che arriva da Bruxelles rischia di riaccendere i riflettori su un fronte, quello della giustizia, che il governo Meloni credeva ormai archiviato dopo la battaglia referendaria. A innescare la nuova fibrillazione è il Parlamento europeo, che ha dato il via libera definitivo – con 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni – a una direttiva anticorruzione destinata a imporre agli Stati membri un quadro giuridico penale armonizzato. Il nodo, per Roma, è rappresentato dall’articolo 7 del provvedimento, quello che criminalizza una fattispecie molto simile all’abuso di ufficio, reato che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, aveva cancellato con la sua riforma poco più di due anni fa.

La direttiva, che ora dovrà essere recepita entro ventiquattro mesi, non impone un copia-incolla del vecchio articolo 323 del codice penale, ma richiede agli Stati di punire “determinate violazioni gravi della legge” da parte di un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni. È una versione “soft” rispetto alla proposta iniziale della Commissione, frutto di un compromesso che aveva già suscitato accese discussioni nelle fasi di negoziato. All’epoca, il governo italiano aveva chiesto invano di escludere del tutto la norma, ottenendo invece che la nuova figura di reato – denominata “esercizio illecito di funzioni pubbliche” – fosse formulata in termini meno stringenti, con la possibilità per i Paesi membri di limitarne l’applicazione a specifiche categorie di funzionari o di tener conto del “vantaggio ingiusto” solo come criterio accessorio.

La reazione politica non si è fatta attendere. Se da un lato gli europarlamentari di Fratelli d’Italia hanno votato in massa a favore del testo, dall’altro le opposizioni hanno subito alzato la voce, interpretando il voto di Bruxelles come una sorta di bocciatura per la linea del guardasigilli. L’argomento della maggioranza è che il nostro ordinamento sia già in regola grazie alla presenza di altri reati contro la pubblica amministrazione, come la corruzione o la concussione, ritenuti sufficienti a coprire gli spazi lasciati vuoti dall’abrogazione. Tuttavia, il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, intervenuto proprio nelle ore successive all’approvazione, ha lanciato un monito preciso: “La politica sarà chiamata a prendere atto di questa nuova legislazione europea”.

A complicare ulteriormente il quadro per il governo, che si trova già a fare i conti con le conseguenze della sconfitta referendaria e con una scia di dimissioni eccellenti, arriva la mossa del Movimento 5 Stelle. I pentastellati, forti del vento favorevole che sembra spirare dall’Europa, hanno già annunciato la presentazione di un emendamento al decreto sicurezza in discussione alle Camere, con l’obiettivo di ripristinare il reato cancellato dalla riforma Nordio. Un tentativo che, seppur destinato a uno scontro aspro in Aula, riporta il tema al centro dell’agenda politica, sfruttando la sponda istituzionale offerta dal voto dell’Eurocamera.

Intanto, i commenti tecnici si susseguono. Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), ha definito il provvedimento “un passaggio fondamentale” che fissa standard comuni e “scongiura il rischio di passi indietro”, auspicando che il recepimento della direttiva possa diventare “l’occasione per colmare fin da subito alcuni dei vuoti di tutela che si sono aperti”. Un’opinione, questa, che fa da contraltare alle rassicurazioni provenienti da Fratelli d’Italia, secondo cui non ci sarebbe alcuna necessità di modificare l’impianto normativo vigente.

L’incognita del recepimento e i margini di manovra

Il cuore della questione, ora, sta proprio nei margini di manovra che la direttiva lascia ai legislatori nazionali. Il testo finale, pur prevedendo l’obbligo di punire le condotte gravemente illecite dei funzionari, concede agli Stati la possibilità di limitare l’applicazione di questa fattispecie a determinate categorie di pubblici ufficiali. Questa clausola, ottenuta in sede di trattativa, rappresenta la principale ancora di salvezza per l’esecutivo. La linea difensiva di Palazzo Chigi si basa proprio su questo assunto: poiché l’Italia dispone già di un apparato sanzionatorio in materia di pubblica amministrazione, sarebbe sufficiente una manutenzione ordinaria della norma per adeguarsi agli standard europei, senza dover necessariamente reintrodurre una norma dal sapore impopolare come l’abuso d’ufficio.

Tuttavia, gli interpreti del diritto ricordano come la cancellazione operata nel 2024 abbia eliminato uno strumento di contrasto ritenuto essenziale in molti procedimenti, e che le “gravi violazioni di legge” citate dalla direttiva rischiano di restare impunite se non ricondotte a un quadro normativo coerente. L’allarme è stato lanciato anche da Raffaele Cantone, ex presidente dell’Anac, secondo cui sarà inevitabile una modifica del codice penale per adeguarsi agli obblighi comunitari.

Le reazioni nella maggioranza e il rischio di una nuova frattura

Nonostante la compattezza mostrata nel voto a Bruxelles, la vicenda ha riacceso le tensioni interne alla maggioranza. L’approvazione della direttiva arriva in un momento particolarmente delicato per il governo, dopo le recenti dimissioni di alcuni esponenti di peso e con il ministro Nordio ancora sotto scacco per la campagna referendaria persa. Le parole del presidente della Consulta, con il suo invito a “prendere atto” della nuova realtà legislativa, suonano come una sollecitazione implicita a non sottovalutare la portata del provvedimento.

Se il Movimento 5 Stelle tenterà di forzare la mano con l’emendamento al decreto sicurezza, il centrodestra si prepara a respingere l’assalto, cercando di blindare l’impianto della riforma Nordio. Ma la questione non è solo politica: il termine di ventiquattro mesi per il recepimento è un lasso di tempo breve per una materia così tecnica e divisiva. Il rischio, per l’Italia, è quello di vedersi avviare una procedura d’infrazione qualora Bruxelles ritenesse insufficiente l’adeguamento.

Tra norme europee e obblighi costituzionali

Lo scontro, quindi, si sposta inevitabilmente sul piano tecnico-giuridico. La Corte costituzionale, che già a maggio aveva salvato l’abrogazione del reato giudicandola non incompatibile con la Convenzione Onu contro la corruzione, potrebbe essere nuovamente chiamata in causa. Come ha sottolineato il presidente Amoroso, se la direttiva modifica il quadro normativo, la Consulta potrebbe essere investita del controllo sul rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione.

Per il governo, si tratta di una sfida complessa. Da un lato, la necessità di mantenere fede a una promessa elettorale – l’abolizione di un reato considerato un freno per l’azione amministrativa – dall’altro, l’impossibilità di ignorare un atto legislativo europeo approvato a larghissima maggioranza. La direttiva, che rappresenta il primo quadro giuridico penale armonizzato in materia di corruzione, impone una riflessione che va oltre la semplice dialettica politica, toccando le fondamenta stesse del rapporto tra diritto nazionale e sovranazionale.

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