Il Parlamento Ue approva la direttiva anticorruzione e l’abuso d’ufficio torna al centro del conflitto politico italiano
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Redazione Interno
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Il Parlamento europeo, con una risoluzione legislativa votata il 26 marzo 2026, ha dato il via libera definitivo alla proposta di direttiva presentata dalla Commissione già il 3 maggio 2023, un testo che per la prima volta nella storia dell’Unione stabilisce un quadro armonizzato delle fattispecie di corruzione che i Ventisette sono tenuti a qualificare come reati nei rispettivi ordinamenti. Un passaggio, questo, reso possibile dall’accordo provvisorio raggiunto a norma dell’articolo 75, paragrafo 4, del regolamento parlamentare e dalla successiva presa d’atto, con lettera del 10 dicembre 2025, dell’impegno del Consiglio a recepire la posizione di Strasburgo. L’approvazione di ieri, a larghissima maggioranza, non ha avuto bisogno di tornare in aula per una seconda lettura, sancendo così l’entrata in vigore di un provvedimento che, nel merito, riapre un fronte delicatissimo per il governo italiano.
Il responso europeo che scardina le scelte del governo
Il cuore della direttiva, per quanto riguarda l’Italia, risiede nell’implicito e inequivocabile richiamo a una fattispecie che il governo Meloni aveva invece deciso di cancellare. Con il ddl Nordio, approvato nell’estate del 2024, l’abuso d’ufficio era stato rimosso dall’ordinamento, un intervento fortemente voluto dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che in quel provvedimento – lo si ricordava – aveva messo la sua firma. La nuova normativa europea, stabilendo standard minimi comuni per i reati di corruzione, di fatto ripropone il problema alla base: l’abuso d’ufficio, che in molteplici ordinamenti funge da grimaldello per perseguire condotte illecite della pubblica amministrazione, non può essere semplicemente archiviato senza entrare in rotta di collisione con gli obblighi comunitari.
La reazione della maggioranza e il duello con le opposizioni
Sul fronte interno, il dibattito si è acceso immediatamente. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha rivendicato con forza il risultato, sostenendo che il responso di Strasburgo confuti le critiche mosse dalle opposizioni, quelle che negli ultimi mesi avevano attaccato il governo sull’argomento. Per Bignami, l’esecutivo esce vincente da questa vicenda, mentre le forze di minoranza – definita in una nota “l’opposizione” – incapperebbero nell’ennesimo errore interpretativo, gridando al colpo di spugna giudiziario laddove invece, secondo la sua lettura, la direttiva europea non farebbe che ribadire principi già consolidati. Una posizione, quella di Fratelli d’Italia, che però si scontra con una realtà politica opposta.
Il fronte delle opposizioni e le conseguenze sul ddl Nordio
A una lettura più distesa, le opposizioni – dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per le forze di centro-sinistra – hanno invece subito parlato di una “bacchettata” europea. L’ex presidente della commissione Antimafia, l’eurodeputato, non ha usato mezzi termini per definire la portata del voto: “L’Europa bacchetta l’Italia”, ha commentato, sottolineando come la direttiva approvata vada a toccare il cuore del ddl Nordio. Il nodo, per loro, è politico oltre che tecnico: la cancellazione dell’abuso d’ufficio, voluta con forza dall’attuale maggioranza, viene ora rimessa in discussione da un atto vincolante dell’Unione, costringendo il governo a un difficile lavoro di allineamento che rischia di sconfessare una delle riforme più identitarie del ministro della Giustizia.
Un provvedimento che lascia pochi spazi di manovra
La direttiva approvata ieri, infatti, non lascia margini di interpretazione troppo ampi. Richiede ai paesi membri di introdurre nei propri codici penali specifiche figure di reato per combattere la corruzione, sia pubblica che privata, e nell’elenco delle condotte incriminabili rientrano comportamenti che, nel sistema italiano, prima dell’estate 2024 trovavano proprio nell’abuso d’ufficio il loro perimetro sanzionatorio. Per il governo Meloni si tratta di un ennesimo fronte aperto sul delicato capitolo giustizia, dopo il fallimento del referendum che pure aveva sostenuto. La macchina amministrativa europea, con questo voto, impone ora una scelta: procedere con un recepimento formale che reintroduce di fatto un reato cancellato due anni fa, oppure aprire una procedura di infrazione che, per la prima volta dalla nascita dell’esecutivo, metterebbe in luce una chiara divergenza tra le politiche giudiziarie italiane e i principi comuni dell’Unione.




