Il Parlamento europeo approva la direttiva anticorruzione, ma in Italia si riaccende lo scontro sull’abuso d’ufficio
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Redazione Interno
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Il Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria giovedì scorso, ha dato il via libera definitivo alla nuova direttiva anticorruzione, un provvedimento che mira a uniformare le legislazioni penali dei Ventisette stabilendo per la prima volta un quadro giuridico armonizzato per prevenire e reprimere il fenomeno. Il sì dell’assemblea di Strasburgo, arrivato con un margine schiacciante di 581 voti favorevoli a fronte di appena 21 contrari e 42 astensioni, rappresenta un passaggio epocale nel percorso di costruzione di un diritto penale europeo comune, tanto più se si considera che la direttiva, nel dettagliare le fattispecie di corruzione da qualificare come reati, finisce con il criminalizzare di fatto anche l’abuso d’ufficio. E proprio su quest’ultimo punto, com’era prevedibile, il provvedimento ha innescato un’immediata e aspra reazione nel dibattito politico italiano, riaprendo le ferite di una riforma – quella voluta dal governo Meloni – che aveva cancellato quel reato dal nostro ordinamento.
Il cuore della direttiva e l’obbligo di adeguamento per gli Stati membri
La direttiva approvata giovedì, che sostituisce il precedente quadro normativo risalente al 2003, non si limita a un generico richiamo ai principi di trasparenza. Stabilisce invece un elenco preciso di comportamenti illeciti che i Paesi dell’Unione sono tenuti a perseguire penalmente, imponendo loro l’obbligo di adottare e aggiornare le strategie nazionali anticorruzione. Tra questi, rientrano non solo le forme classiche di corruzione attiva e passiva, ma anche le ipotesi di “grave abuso d’ufficio”, una locuzione che ha fatto immediatamente scattare l’allarme nel centrodestra italiano. La direttiva, infatti, introduce una nozione armonizzata di reato che va a intersecarsi con un terreno particolarmente sensibile per il governo guidato da Giorgia Meloni, dove il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, aveva promosso una riforma – il cosiddetto ddl Nordio – che ha eliminato l’abuso d’ufficio dal codice penale italiano poco più di due anni fa, smantellando uno dei pilastri su cui si fondavano molte inchieste giudiziarie.
Lo scontro politico: «batosta per Nordio» e le smentite di Fratelli d’Italia
La reazione delle opposizioni non si è fatta attendere. Già nelle ore immediatamente successive al voto di Strasburgo, esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle hanno letto l’approvazione della direttiva come una smentita dirompente per la linea del governo, definendola una «batosta per Nordio» e sostenendo che l’Italia si trovi ora costretta a fare marcia indietro su una riforma che aveva suscitato, fin dalla sua approvazione, forti perplessità nella magistratura e in ampie fette del mondo giuridico. Secondo questa lettura, il quadro normativo europeo imporrebbe necessariamente il ripristino di una fattispecie di reato che il governo aveva invece voluto cancellare per garantire, come sosteneva il ministro, maggiore serenità all’azione amministrativa e porre fine al rischio di processi per danni da “maladministration”. A queste accuse ha replicato con durezza il senatore Gianni Berrino, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Giustizia a Palazzo Madama, il quale ha definito le interpretazioni delle sinistre come «falsa propaganda». Berrino ha sostenuto che la realtà dei fatti, a una lettura più attenta del testo, contraddice frontalmente la ricostruzione degli avversari politici.
Il nodo interpretativo: l’adeguamento italiano tra vincoli europei e autonomia legislativa
La questione, in effetti, ruota attorno a un delicato nodo interpretativo che contrappone due visioni del diritto europeo. Da un lato, chi sostiene che l’armonizzazione delle fattispecie penali prevista dalla direttiva renda obbligatorio per tutti gli Stati membri, Italia compresa, introdurre una disciplina punitiva per l’abuso d’ufficio conforme ai parametri stabiliti da Bruxelles, pena l’apertura di una procedura d’infrazione. Dall’altro lato, la posizione espressa dal governo e in particolare dai parlamentari di maggioranza come Berrino, secondo cui l’obbligo di recepimento non si traduce in un’automatica reintroduzione dell’abuso d’ufficio così come era stato concepito nella precedente versione del codice penale italiano. La tesi sostenuta da Fratelli d’Italia è che il margine di discrezionalità lasciato agli Stati in fase di trasposizione della direttiva consenta di declinare la fattispecie in modo diverso, magari circoscrivendola a casi di particolare gravità o con meccanismi sanzionatori differenti, senza dover necessariamente tornare al quadro normativo previgente. In questo senso, la direttiva europea diventerebbe un banco di prova per la capacità del legislatore nazionale di coniugare gli impegni assunti in sede europea con le scelte di fondo che hanno caratterizzato l’azione di governo degli ultimi anni, specialmente in un ambito – quello della responsabilità dei pubblici amministratori – storicamente considerato cruciale per il centrodestra.
L’impalcatura normativa europea tra trasparenza dei finanziamenti e conflitti di interesse
Al di là del dibattito politico immediato, la portata della direttiva approvata giovedì è destinata a incidere profondamente sull’architettura istituzionale degli Stati membri. Il testo, che sostituisce la vecchia decisione quadro del 2003 e modifica una direttiva precedente relativa alla tutela degli interessi finanziari dell’Unione, non si limita a intervenire sul diritto penale sostanziale. Esso impone agli Stati di dotarsi di sistemi solidi per prevenire i conflitti di interesse, garantendo contestualmente livelli elevati di trasparenza nel finanziamento della politica e nell’applicazione di standard etici per i funzionari pubblici. Si tratta di una rivoluzione silenziosa ma pervasiva, che mira a colmare le disparità esistenti tra i diversi ordinamenti nazionali, spesso accusati di rappresentare un punto debole nella catena della legalità europea. Per l’Italia, che ha una tradizione consolidata di inchieste giudiziarie su tangenti e corruzione, il recepimento della direttiva rappresenterà un banco di prova particolarmente complesso, chiamando in causa non solo la maggioranza di governo ma anche la capacità delle istituzioni di dialogare con Bruxelles in un clima politico che, a giudicare dalle reazioni di questi giorni, si preannuncia tutt’altro che sereno. Il Parlamento europeo, con questo voto, ha posto un punto fermo: la lotta alla corruzione non è più solo una questione di sensibilità nazionale, ma un obbligo giuridico uniforme da declinare in ogni angolo dell’Unione.




