Femminicidio Torzullo, il giallo dei gradini e dei trenta centimetri che non tornano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C'è uno spazio che, nelle deposizioni, non combacia con la materialità dei luoghi. Trenta centimetri di dislivelo, un dettaglio architettonico su cui si è concentrata l'attenzione dei tecnici della scientifica durante l'ultimo sopralluogo nella villa di via Costantino ad Anguillara Sabazia. Quel misurato intervallo, che separa il piano del giardino dalla prima alzata di un gradino, potrebbe infatti introdurre un elemento di contraddizione nella versione dei fatti fornita da Claudio Carlomagno, il quale, dopo l'arresto, ha continuato a sostenere di aver agito in solitudine nello strangolamento della moglie Federica Torzullo. Le perplessità degli investigatori, tuttavia, permangono e si alimentano proprio di simili discrepanze, apparentemente minime, che assumono un peso specifico rilevante quando si tenta di ricostruire una dinamica i cui unici testimoni, oltre all'imputato, sono gli oggetti muti della casa.

Il dolore del figlio e la ricerca di una normalità impossibile

Mentre le indagini proseguono tra rilievi e verifiche, anche la vita del figlio della coppia, un bambino di dieci anni, è stata sottoposta a una procedura giudiziaria. Il tribunale per i minorenni di Roma ha infatti ufficializzato il suo affidamento ai nonni materni, affiancando, in qualità di tutore, lo stesso sindaco di Anguillara Sabazia. La decisione è giunta al termine di un'udienza che ha sancito, sul piano legale, uno strappo già consumato nella realtà dei fatti. La zia materna, Stefania, sorella di Federica, ha già dovuto affrontare il compito straziante di comunicare al nipote la morte della madre, una verità che il piccolo ha inizialmente rifiutato, dichiarando l'impossibilità che il padre ne fosse l'artefice. Successivamente, la sua richiesta si è fatta più concreta e, in un certo senso, più straziante: poter riavere i propri giocattoli, lasciati nella villa sequestrata.

I giochi in una casa sigillata e la ricerca dell'arma del delitto

Una richiesta semplice, quella del bambino, che ha necessitato di un atto formale della procura di Civitavecchia. I magistrati hanno dovuto autorizzare l'accesso alla proprietà, ancora sotto sequestro, per consentire il prelievo di quegli oggetti personali, unico segno tangibile di una normalità infantile brutalmente interrotta. Quel gesto, se da un lato rappresenta un barlume di umanità nel corso di un procedimento penale, dall'altro si inserisce in un contesto investigativo ancora in piena attività. Parallelamente alla restituzione degli effetti personali al minore, gli inquirenti continuano infatti le ricerche dell'arma del delitto, o meglio, dello strumento utilizzato per lo strangolamento, la cui individuazione potrebbe fornire tasselli ulteriori al puzzle processuale.

La versione dell'accusato e le ombre sulla dinamica

La difesa di Carlomagno, che dallo scorso marzo è detenuto nel carcere di Regina Coeli, continua a proporre la tesi di un gesto scaturito da una lite improvvisa e portato a termine senza alcun concorso. Le indagini, però, non considerano chiuso il capitolo delle possibili responsabilità ulteriori o di una pianificazione, per quanto elementare, testimoniata anche dai movimenti della vittima nei giorni precedenti il ritrovamento del, sepolto in un terreno di proprietà dell'uomo. Il giallo di quei trenta centimetri, la differenza tra il piano di calpestio e un gradino, si colloca esattamente in questo solco: è un elemento fisico che gli investigatori valutano per capire se la ricostruzione fornita regga al confronto con la scena del crimine, o se invece nasconda, in quel vuoto di misura, una parte di verità ancora non emersa.

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