Roberto Arditti, il bollettino del San Camillo non lascia scampo: si parla di morte cerebrale dopo l’arresto cardiaco
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Redazione Interno
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Il nome di Roberto Arditti, da ieri notte, è entrato nei bollettini ospedalieri che nessun giornalista vorrebbe mai scrivere. Ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo Forlanini di Roma, l’uomo – 60 anni, una carriera costruita tra le redazioni più importanti e i palazzi della politica – è stato colpito da un arresto cardiaco nella sua abitazione, probabilmente un infarto fulminante che ne ha compromesso irrimediabilmente le funzioni cerebrali. A dare la conferma dello stato di gravità, che rasenta ormai la constatazione clinica della morte cerebrale, è stato il bollettino ufficiale diffuso dall’azienda ospedaliera: “Le condizioni sono estremamente gravi”, si legge nella nota, nella quale si specifica che l’uomo è “sottoposto a un supporto intensivo delle funzioni vitali” mentre “la prognosi è strettamente riservata”. Un linguaggio asettico, quello della medicina, che in questo caso racconta di una macchina che sostiene l’impossibile.
Il “giallo” dell’annuncio e la smentita della famiglia
La vicenda, già drammatica nella sua essenza clinica, ha vissuto nelle prime ore di questo primo aprile una sequenza paradossale che ha generato confusione e, inevitabilmente, apprensione. Le agenzie di stampa avevano inizialmente battuto la notizia della scomparsa, un annuncio che aveva già innescato una catena di messaggi di cordoglio sui canali istituzionali e tra i colleghi più stretti. Poco dopo, però, è arrivata la smentita. A fermare la macchina del lutto annunciato è stata la famiglia, confermando che Arditti era ancora in vita, sebbene aggrappato a un filo sottilissimo in rianimazione. Una circostanza, questa, che ha gettato un velo di silenzio e attesa sulla reale evoluzione del quadro clinico, mentre all’esterno si moltiplicavano le voci e si attendeva un aggiornamento che, quando è arrivato, ha solo confermato le peggiori aspettative.
La carriera di un protagonista trasversale tra informazione e istituzioni
Nato a Lodi nel 1965 e laureato in discipline economiche e sociali all’Università Bocconi di Milano, Arditti aveva iniziato il suo percorso molto presto, muovendosi con disinvoltura tra le istituzioni e i media. Già dirigente della Gioventù Repubblicana, dal 1987 al 1992 ha lavorato nel gabinetto del presidente del Senato Giovanni Spadolini, un’esperienza che ne ha segnato la formazione e gli ha aperto le porte di un certo modo di intendere la comunicazione. Il passaggio al giornalismo lo ha visto alla guida delle news di RTL 102.5, dove ha lasciato il segno, per poi diventare uno degli autori storici di “Porta a Porta”, la trasmissione di Bruno Vespa che rappresenta da anni un crocevia obbligato per l’analisi politica italiana. Ha ricoperto il ruolo di direttore del quotidiano “Il Tempo” tra il 2008 e il 2010, mantenendo con la testata una collaborazione costante come editorialista, e negli ultimi anni era alla guida editoriale del magazine “Formiche”.
Dalla politica alla consulenza strategica: il ritratto di un professionista poliedrico
Durante il secondo governo Berlusconi, Arditti ha indossato i panni del portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola, consolidando un profilo professionale capace di navigare le acque della comunicazione istituzionale e rate con pari competenza. Lontano dai riflettori della cronaca quotidiana, ha poi ricoperto ruoli di primo piano nella macchina organizzativa di Expo 2015, guidandone la comunicazione in una fase delicata per l’immagine del Paese. Insieme alla società Swg ha fondato Kratesis, una realtà di consulenza strategica che si è occupata di dossier legati alla sicurezza e alle relazioni internazionali. Una carriera poliedrica, quella di Arditti, che lo aveva portato anche a insegnare all’Università Iulm di Milano e a pubblicare di recente saggi come “Hard Power” e “Piumini e catene”, quest’ultimo scritto a quattro mani con Alessio Gallicola.




