Roberto Arditti è morto, l’addio al giornalista: sarà donatore di organi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notizia, arrivata nella tarda mattinata dall’ospedale San Camillo Forlanini di Roma, ha confermato ciò che le condizioni cliniche già lasciavano presagire: Roberto Arditti, giornalista, autore televisivo e figura di spicco nel mondo della comunicazione politica, è morto all’età di cinquantanove anni. A seguito di un grave malore che lo aveva colto nelle ore precedenti – un arresto cardiaco improvviso, stando alle prime ricostruzioni – la commissione medica nominata dalla direzione del nosocomio ha ufficialmente accertato lo stato di morte cerebrale. Un protocollo, questo, che ha poi portato alla constatazione formale del decesso. Tuttavia, come si legge in una nota diffusa dallo stesso San Camillo, i supporti vitali vengono mantenuti attivi in attesa del trasferimento in sala operatoria: Arditti, infatti, aveva espresso in vita la propria volontà a favore della donazione degli organi, e tale disposizione sarà rispettata.

L’ultima apparizione pubblica e il ricovero

Poche ore prima del collasso, qualcuno lo aveva incrociato – magari durante un impegno professionale o in uno dei suoi frequenti spostamenti romani – senza immaginare che fosse l’ultima volta. L’uomo, che di lì a poco sarebbe stato travolto da un malore fatale, sembrava aver conservato intatta quella sua proverbiale pacatezza, qualità che molti, da destra a sinistra dello schieramento politico, gli hanno sempre riconosciuto. Il ricovero al San Camillo era scattato in emergenza, dopo l’arresto cardiaco; da quel momento la situazione non ha mai mostrato segni di miglioramento, fino alla certificazione della morte cerebrale. Una vicenda umana e professionale, la sua, che si interrompe a cinquantanove anni su un letto d’ospedale, mentre il sistema sanitario si appresta ora a onorare l’ultimo gesto di generosità lasciato per iscritto.

Una carriera tra carta stampata e televisione

Lodigiano di nascita, Arditti aveva costruito nel tempo un profilo invidiabile: ne è prova il suo ruolo di direttore del quotidiano «Il Tempo», incarico che ricoprì con la consueta sobrietà. Ma la sua firma non si limitò alla carta stampata; anzi, fu proprio in televisione che molti spettatori ne impararono a conoscere il garbo, in particolare come autore della trasmissione «Porta a Porta» su Rai1, programma simbolo del talk politico italiano. Negli ultimi anni, inoltre, aveva assunto la vicepresidenza della Fondazione Teatri di Piacenza, un’istituzione che ieri ha voluto ricordarlo con una nota ufficiale, sottolineando la “profondità di analisi” e l’“indipendenza di giudizio” che lo contraddistinguevano. Non c’è dubbio che la sua voce – gentile, mai urlata, sempre ancorata ai fatti – mancherà a chi quel mestiere lo fa ogni giorno in trincea.

Il cordoglio di Attilio Fontana e le reazioni istituzionali

Tra i primi a parlare pubblicamente, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana lo ha descritto come un “professionista serio, molto attento ai dettagli”, capace di leggere le dinamiche della politica italiana e internazionale con una sensibilità non comune. Fontana, che con Arditti aveva collaborato in numerose iniziative pubbliche – eventi e momenti di confronto in cui il giornalista veniva spesso chiamato a moderare o a intervenire – ne ha ricordato il garbo e la competenza, qualità che nemmeno i toni spesso aspri del dibattito nazionale erano riusciti a scalfire. Al di là delle singole dichiarazioni, emerge il ritratto di un uomo che non amava la rissa mediatica, e che proprio per questo era ascoltato da sponde politiche anche molto distanti. Un tratto, quest’ultimo, sempre più raro.

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