L’addio a Roberto Arditti, il giornalismo che univa le stanze del potere e la cultura dell’agroalimentare
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Redazione Interno
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Non c’era, in lui, quella frenesia tipica di chi insegue la notizia per la notizia; Roberto Arditti apparteneva piuttosto a quella schiera di osservatori – oggi sempre più rara – che sapeva decifrare i fenomeni sociali partendo dal dettaglio, per restituirli in un racconto denso di implicazioni. Ed è per questo, forse, che la sua scomparsa, avvenuta a Roma dove era ricoverato in coma cerebrale dopo un malore fatale, lascia un vuoto difficile da colmare non solo tra i colleghi. L’annuncio ufficiale è giunto ieri dalla struttura sanitaria che lo ha visto soccombere: i medici del San Camillo hanno dovuto constatare il decesso dell’uomo di 60 anni, originario di Lodi, rispettando la volontà espressa in vita riguardo la donazione degli organi. La notizia, che inizialmente aveva fatto temere il peggio già qualche giorno fa, si è purtroppo concretizzata in queste ore, sconvolgendo i tanti che ne avevano incrociato il percorso professionale.
L’altra Italia e gli anni della formazione politica
C’era un’espressione, in voga negli anni Settanta e Ottanta, che definiva un impegno morale prima ancora che politico: “l’altra Italia”, un concetto che Ugo La Malfa aveva lanciato e che Arditti, da giovane intellettuale, fece suo. Nato nel 1965 e laureatosi alla Bocconi in discipline economiche e sociali, egli assorbì presto la lezione del repubblicanesimo, diventando dirigente della Gioventù Repubblicana. Fu in quel frangente, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, che iniziò la sua gavetta nei palazzi romani, lavorando a stretto contatto con Giovanni Spadolini nel suo gabinetto al Senato. Quell’esperienza – formativa e decisiva – gli fornì le chiavi di lettura per capire le dinamiche del potere, un potere che lui avrebbe osservato da diverse angolazioni: prima come addetto stampa, poi come analista, senza mai cadere nella trappola della faziosità.
Dalla direzione del Tempo alla scena nazionale
La sua carriera, costellata di incarichi di primo piano, lo ha visto sedere su alcune delle poltrone più influenti dell’informazione italiana. Dopo aver diretto le news di RTL 102.5, approdò in tv come autore di “Porta a Porta”, per poi assumere la direzione del quotidiano “Il Tempo” tra il 2008 e il 2010. Ma era proprio nella versatilità che Arditti eccelleva: capace di passare dalla conduzione di un convegno sulla promozione dell’agroalimentare italiano – un settore che conosceva profondamente e di cui apprezzava il valore culturale – alle analisi più sofisticate di politica estera. E chi lo ha conosciuto, come chi scrive durante la presidenza di Fedagri-Confcooperative, ricorda un uomo di cultura che non si sottraeva mai all’approfondimento, trasformando ogni incontro in una lezione di stile e competenza.
Il cordoglio e l’eredità di un comunicatore raffinato
Negli ultimi anni, oltre alla direzione editoriale di “Formiche” e alla fondazione della società di consulenza Kratesis, la sua voce continuava a farsi sentire nei talk show, dove portava un’analisi intrigante e originale, lontana dalla retorica becera che spesso vola rasoterra. Le reazioni alla sua morte raccontano di una stima che trascendeva lo schieramento politico: da chi lo aveva avuto come punto di riferimento nei momenti cruciali della comunicazione istituzionale a chi ne apprezzava la penna lucida. La sua Lodi, la città natale dove aveva trascorso la gioventù tra campi da tennis e gli amici della compagnia di via IV Novembre, piange oggi la perdita di un figlio illustre. E mentre i familiari chiedono rispetto per la privacy in questo momento di profondo dolore, resta il rammarico – quello sì indelebile – per un professionista che aveva ben capito il valore delle relazioni, quelle vere, costruite su una solida amicizia e su una passione civile mai sopita.




