Addio ad Arditti, la voce dell’altra Italia che parlava al potere
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Redazione Interno
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La notizia della morte cerebrale, accertata ieri dalla commissione medica del San Camillo, ha trasformato in tragedia ciò che era già un drammatico bollettino di guerra. Roberto Arditti, classe 1965, originario di Lodi ma romano d’adozione, non ce l’ha fatta: il malore che lo aveva colpito tre giorni fa, un arresto cardiaco che non gli ha lasciato scampo, si è portato via uno dei professionisti più lucidi del panorama informativo italiano. E proprio in quel nosocomio della Capitale, dove era giunto in condizioni disperate, si è concretizzata la sua ultima, grande volontà: la donazione degli organi, un gesto che la struttura ha confermato essere stata una disposizione espressa in vita dal giornalista, e che ora costringe a mantenere attivi i supporti vitali in attesa del prelievo in sala operatoria.
La sua carriera, iniziata nei meccanismi perfetti delle istituzioni (quando lavorava al Senato accanto a Giovanni Spadolini, un apprendistato che pochi potevano vantare), lo aveva portato a ricoprire ruoli di vertice in diversi media. È stato direttore de Il Tempo, guida delle news di Rtl 102.5, e autore per programmi di approfondimento come Porta a Porta. C’è chi lo ricorda per la direzione editoriale di Formiche, e chi invece per il periodo in cui ha messo la sua competenza al servizio della macchina organizzativa di Expo 2015. Non si trattava solo di un cronista, ma di un analista profondo, capace di spaziare dalla geopolitica – tema dei suoi saggi recenti – alle dinamiche sociali più intricate. E, seppur con ruoli diversi, la sua cifra è rimasta sempre quella di un uomo di raccordo: tra il governo (fu portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola durante il secondo governo Berlusconi) e la piazza, tra la notizia e l’interpretazione della stessa.
Il rammarico di chi lo ha conosciuto e la lezione dell’altra Italia
Per chi lo ha frequentato, la perdita di Arditti assume i contorni di un vuoto incolmabile nel dibattito pubblico. Lui, che da uomo di cultura aveva capito prima di altri il valore strategico dell’agroalimentare italiano – tanto da essere chiamato a moderare convegni sul tema quando ancora non era moda – lascia un’eredità fatta di analisi puntuali e di una rara capacità di sintesi. "Rara avis nella mediocrità dell’informazione che vola troppo spesso rasoterra": questa la definizione che gli hanno riservato alcuni dei suoi più stretti collaboratori, quelli che lo avevano visto all’opera alla direzione de Il Tempo. L’espressione, carica di un affetto sincero, fotografa un professionista che non amava la superficialità, e che per questo era diventato un punto di riferimento per intere generazioni di addetti ai lavori.
C’è una chiave, forse, per comprendere il senso del suo lavoro, ed è quella che arriva dal ricordo di Stefano Folli. Si parla dell’espressione “l’altra Italia”, un concetto che Ugo La Malfa lanciò per definire un impegno etico prima ancora che politico. Ebbene, Arditti è stato un interprete moderno di quell’orizzonte lì: quello che guarda oltre il rumore di fondo della cronaca quotidiana. Non era solo un direttore, ma un uomo che sapeva leggere il potere senza esserne succube, capace di instaurare con i suoi interlocutori – fossero politici, imprenditori o colleghi – un fecondo rapporto professionale basato sul merito e sulla fiducia reciproca. La sua scrittura, così come la sua analisi orale, aveva la rara dote di essere pedagogica senza essere noiosa, originale senza essere snob.
Un addio silenzioso nel rispetto della privacy familiare
L’ospedale San Camillo, nell’emettere il bollettino ufficiale, ha sottolineato con forza una richiesta che la famiglia ha ritenuto prioritaria: il massimo rispetto della privacy. In un’epoca in cui il dolore rischia spesso di trasformarsi in spettacolo, il silenzio che circonda gli ultimi momenti di Arditti è stato rotto solo da poche, selezionate testimonianze. Le condoglianze sono arrivate dai vertici delle istituzioni, da chi ha avuto il privilegio di lavorarci fianco a fianco, ma il cordoglio generale non ha mai superato il limite della decenza, mantenendo il focus sulla statura morale e intellettuale del defunto.
La sua morte, insomma, arriva in un momento particolare per l’informazione italiana, spesso accusata di essere “rasoterra”. E forse è proprio per questo che la sua assenza peserà più di altre: perché rappresentava quella scuola di pensiero che non aveva paura della complessità. Arditti se ne va a sessant’anni, nel pieno della sua maturità intellettuale, lasciando sugli scaffali le sue pubblicazioni più recenti – tra cui “Hard Power” – come testimonianza di un pensiero che non si è mai fermato alla superficie. E mentre i supporti vitali restano accesi per un ultimo, estremo atto di generosità, la voce di chi lo ha conosciuto si spegne in un rammarico unanime: quello di non poterlo più ascoltare mentre decifrava la realtà.




