L’addio a Roberto Arditti, il giornalista che amava l’agroalimentare e l’“altra Italia”
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Redazione Interno
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La notizia della scomparsa di Roberto Arditti, giornalista sessantenne colto da un malore fatale nella notte tra martedì e mercoledì, ha trovato conferma ieri nel tratto finale di un coma cerebrale che nulla ha potuto lasciare aperto, se non il gesto silenzioso della donazione degli organi. Ricoverato al San Camillo di Roma, Arditti – nato a Lodi il 28 agosto 1965 e laureato in discipline economiche e sociali alla Bocconi di Milano – lascia un profilo che intrecciava la politica giovanile (fu dirigente della Gioventù Repubblicana) con una carriera da inviato e direttore, passata per il gabinetto del presidente del Senato Giovanni Spadolini tra il 1987 e il 1992. È proprio quel legame con le istituzioni e con la carta stampata a renderlo, agli occhi di chi lo incrociò, una “rara avis” in un panorama informativo spesso accusato di volare rasoterra.
Un’amicizia nata intorno al valore dell’agroalimentare
Lo ricorda con parole nette chi, anni fa, lo incontrava a Roma quando lui era direttore de Il Tempo e chi scrive guidava la Fedagri-Confcooperative. “Caro Roberto – si legge in una testimonianza raccolta e pubblicata – ci mancherai molto. Il mio ricordo e un rammarico”. L’incontro avvenne in circostanze legate alla promozione dei prodotti italiani, e fu immediato: Arditti, da uomo di cultura, aveva capito prima di molti altri quale fosse il peso reale dell’agroalimentare, e per questo accettò più volte di condurre convegni e iniziative, portando la sua capacità di analisi anche su un palco che non era soltanto giornalistico. Si instaurò una solida amicizia, fatta di incontri frequenti nella capitale e di una stima che non ha mai avuto bisogno di declamazioni.
Il cordoglio a Lodi, tra tennis e la compagnia di via IV Novembre
A Lodi, la città dove era nato, il dolore si mescola all’amarezza per una vita spezzata a sessant’anni. Qui la sua gioventù era trascorsa tra campi da tennis, impegno politico e il gruppo storico della compagnia di via IV Novembre, un crogiolo di relazioni che lo avevano formato. Nessun dettaglio macabro, ma la cronaca locale restituisce il ritratto di un uomo che non amava la retorica: preparato, equilibrato, incisivo, capace di smontare luoghi comuni con una frase secca. Chi lo frequentò professionalmente parla di un rapporto fecondo, alimentato da conversazioni quotidiane – dopo la proposta di collaborazione ben pagata, appena divenuto direttore – in cui le sue analisi risultavano intriganti, pedagogiche, originali.
L’“altra Italia” di La Malfa e il mestiere di raccontare
Un’espressione, quella dell’“altra Italia”, segnò almeno una generazione. La coniò Ugo La Malfa, e non era uno slogan: indicava un orizzonte morale prima ancora che politico, una sintesi di rigore e responsabilità. Arditti, nella sua attività di giornalista e analista, sembrava averne fatto una cifra stilistica. Senza mai cedere alla spettacolarizzazione, senza mai abbandonare il metro dell’approfondimento, lui apparteneva a quella schiera di professionisti che considerano l’informazione un servizio, non un palcoscenico. E forse è per questo che il suo nome, a Roma come a Lodi, resta legato a un modo di fare cronaca che oggi appare sempre più raro: asciutto, colto, mai urlato. Non resta che prenderne atto, con il rammarico di chi ha perso un interlocutore capace di distinguere il valore di una notizia dal rumore di fondo.




