Trump escluso dai briefing militari e dai codici nucleari, lo rivela il Wall Street Journal
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Redazione Esteri
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Donald Trump, nonostante la sua rinnovata presidenza prosegua ormai da oltre un anno, si trova a navigare in acque politiche così agitate da indurre persino il suo entourage militare a prendere distanze sismiche. Il Wall Street Journal, in un’inchiesta che ha scosso gli ambienti della capitale, ha rivelato un fatto destinato a ridisegnare i confini del potere esecutivo: il presidente sarebbe stato escluso da alcuni briefing e decisioni militari di massima riservatezza, un’eventualità che trova radici nel suo “stile impulsivo”, giudicato a più riprese come un fattore di rischio operativo. La gestione del conflitto in Medio Oriente, quella stessa che Trump sbandiera pubblicamente con retorica bellicosa, celerebbe – secondo il quotidiano statunitense – paure profonde e una crescente mancanza di fiducia da parte dei vertici delle forze armate. Dietro la spavalderia, insomma, si nasconderebbe un isolamento tattico che pochi osservatori avrebbero immaginato fino a questo punto.
L’ombra della Situation Room e il salvataggio dei piloti in Iran
Uno degli episodi più emblematici di questa frattura sotterranea riguarda un’operazione di salvataggio di alcuni piloti americani abbattuti in territorio iraniano: un intervento definito “rischioso” dalle stesse fonti militari, e dal quale Trump sarebbe stato volutamente tenuto all’oscuro per evitare interferenze last minute. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha il diritto costituzionale di essere informato su ogni operazione bellica, si muoverebbe dunque come un generale senza mappa, circondato da collaboratori che preferiscono aggirarlo piuttosto che subirne le conseguenze. Nessuna exit strategy chiara emerge dal dossier iraniano, e la tregua in corso – il cui conto alla rovescia entra ora nella fase più delicata – viene gestita con correzioni pubbliche imbarazzanti. Lo stesso Trump ha dovuto rettificare le previsioni diffuse persino dalla CNN, spostando una scadenza cruciale a “mercoledì sera, ora di Washington”: ventiquattro ore che, in questo quadro, valgono come ossigeno in una stanza sigillata.
Il generale Dan Caine e il veto sui codici nucleari
Se l’esclusione dai briefing rappresenta già un’anomalia istituzionale, il vero terremoto è arrivato da un’altra rivelazione, destinata a fare la storia delle relazioni civili-militari negli Stati Uniti. Durante una riunione d’emergenza tenutasi sabato 18 aprile – come riferito dall’analista in pensione della CIA Larry Johnson nel programma YouTube “Judging Freedom” – Trump avrebbe tentato di accedere ai codici nucleari del Paese. A quel punto, secondo il resoconto dell’incontro, il generale Dan Caine (foto a fianco di Trump) si è alzato e gli ha detto: “No”. Un rifiuto secco, privo di mediazioni, che di fatto ha negato al presidente la possibilità di disporre dell’arma assoluta. L’episodio, che non ha precedenti nella storia repubblicana recente, getta una luce crudissima sull’effettivo grado di fiducia che i vertici militari ripongono nel loro comandante in capo.
L’isolamento crescente e il ruolo di un entourage spaventato
Smentite, correzioni pubbliche, retromarce sui dossier più sensibili: il ritratto che emerge è quello di un presidente sempre più scavalcato all’interno della stessa amministrazione. L’entourage, spaventato dalle conseguenze di uno stile decisionale che definiscono “impulsivo”, avrebbe scelto sistematicamente di escluderlo dalle ultime scelte militari, creando di fatto un doppio binario del comando. Non si tratta, a ben vedere, di un semplice screzio personale, quanto di una vera e propria messa in stato di tutela operativa. Il tycoon, che pure ama dipingersi come l’arbitro della sicurezza nazionale, si trova così a reggere una presidenza nella quale i veri attori – almeno quelli armati – agiscono senza più chiedere il suo imprimatur. E in questo vuoto di potere, le parole del Wall Street Journal risuonano come una sentenza: “dietro la spavalderia pubblica sulla guerra si celano le sue paure”.




