Luciano Canfora e l’analisi dell’America di Trump: “Un’ex democrazia, verso le elezioni con il fantasma del colpo di Stato”
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Redazione Esteri
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La cena dei corrispondenti della Casa Bianca, tradizionale appuntamento tra stampa e politica a Washington, ha offerto sabato scorso un palcoscenico particolare a Donald Trump, che ha trasformato il galà in una sorta di comizio, suscitando reazioni e analisi che vanno al di là della semplice cronaca mondana. Tra le voci che hanno commentato l’evento, quella dello storico Luciano Canfora è apparsa tra le più nette nel delineare il quadro di una nazione che, a suo avviso, avrebbe ormai imboccato una via irta di derive autoritarie.
Intervenuto a In Onda su La7, Canfora ha risposto alle domande della conduttrice Marianna Aprile, partendo dall’ultima esibizione pubblica del presidente e dalle sue ripetute allusioni a un terzo mandato, per offrire una lettura storica che inchioda gli Stati Uniti a un bivio dalle implicazioni globali.
La diagnosi di Canfora: oltre il bicchiere mezzo pieno
Secondo la ricostruzione dello studioso, gli Stati Uniti si configurerebbero oggi come “un’ex democrazia”, un’espressione che non cela ambiguità e che traccia una linea di continuità con una parabola discendente iniziata, forse, molto prima della discesa in campo di Trump. Nell’intervista, Canfora ha sottolineato come l’attuale opposizione faticherebbe a imbrigliare la spinta del presidente, limitandosi a guardare con apprensione al voto di novembre, senza però avere gli strumenti per arginare quella che lui definisce una deriva ormai conclamata.
La preoccupazione maggiore, ha aggiunto lo storico, risiede nella possibilità che il presidente non disdegni affatto l’ipotesi di uno scarto brusco, come un colpo di Stato, per mantenere il potere, uno scenario che richiederebbe di mettere in conto eventualità prima confinate alla fantapolitica. La sua analisi si è soffermata in particolare sul confronto tra il presente e i passaggi chiave del secondo dopoguerra, laddove l’equilibrio democratico sembrava retto da convenzioni che oggi, invece, apparirebbero logorate da una crisi di rappresentanza senza precedenti.
La cena dei corrispondenti e il corto circuito con la stampa
L’occasione per questa riflessione è stata l’annuale cena dei corrispondenti, un evento che di solito bilancia satira e autocensura ma che quest’anno ha assunto i toni di un vero e proprio pugno nello stomaco per i presenti. La serata, tenutasi all’Astoria Waldorf con una partecipazione ridotta di 700 persone rispetto ai 2.500 di aprile, ha visto Trump imperversare con un campionario di battute e insulti che hanno rasentato il volgare, rendendo l’atmosfera più simile a quella di un raduno MAGA che a una cerimonia istituzionale.
A differenza della precedente edizione, quando un uomo armato fece irruzione durante la cena al Washington Hilton costringendo i presenti, tra cui lo stesso Trump, a gettarsi sotto i tavoli e a lasciare precipitosamente la sala, questa volta non si sono verificati episodi di violenza fisica. Tuttavia, il clima di tensione con la stampa si è manifestato attraverso un’altra forma di aggressione, fatta di cause legali, ordini di comparizione e un flusso continuo di insulti che hanno reso l’evento un simbolo del rapporto ormai ai minimi storici tra la presidenza e il quarto potere.
La strategia politica e il terzo mandato come spauracchio
Nel suo intervento, Canfora ha voluto mettere in relazione la retorica aggressiva di Trump con la minaccia, più o meno velata, di ricandidarsi per un terzo mandato, una prospettiva che la Costituzione americana rende al momento impraticabile ma che l’ex presidente, o meglio l’attuale presidente, usa come strumento di pressione politica e mediatica.
Lo storico ha osservato che, indipendentemente dalla fattibilità giuridica, l’idea stessa di un prolungamento del potere diventa un fattore di disgregazione delle norme democratiche, alimentando un clima di sospetto e delegittimazione che avvelena il dibattito pubblico.
D’altra parte, la serata dell’Astoria Waldorf, con la sua parata di battute fuori luogo e la ripetizione ossessiva di slogan trumpiani, ha confermato come il presidente prediliga ormai un linguaggio da trincea, rinunciando a qualsiasi mediazione con i giornalisti presenti e trasformando un momento di convivialità in un atto di accusa nei confronti di chi lo critica.
L’opposizione e le sfide di novembre in un clima di incertezza
Proprio in questo contesto, l’analisi di Canfora ha individuato il punto debole del sistema politico statunitense, concentrandosi sulla difficoltà dell’opposizione nel costruire una risposta efficace all’offensiva trumpiana. L’attenzione alle votazioni di novembre, giustamente percepita come prioritaria, rischia di rivelarsi miope se non accompagnata da un ripensamento profondo delle strategie di contenimento, dal momento che, nelle parole dello storico, “dobbiamo aspettarci di tutto”.
Il riferimento a un possibile colpo di Stato non è stato lasciato cadere come un’iperbole retorica, ma è stato inquadrato come l’esito estremo di una tensione che attraversa la società americana, lacerata da fratture che il solo voto potrebbe non ricucire. Il parallelo con la storia recente degli Stati Uniti, evocato dal professore, suggerisce che l’attuale fase sia del tutto inedita, segnata da un vuoto di leadership all’interno delle istituzioni tradizionali e da una mobilitazione permanente che rende il confronto politico sempre più simile a uno scontro civile.
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